Mamme si diventa #8 Cenerentola in doppia fila

C’era una volta una ragazza di nome Cenerentola.
La giovane fanciulla desiderava tanto andare al ballo per incontrare il principe azzurro. Come in tutte le favole che si rispettino, la fata madrina le apparve innanzi e le chiese di esprimere un desiderio. Uno solo, però, perché lei era una fata e non un genio della lampada. Il sindacato delle fate madrine, infatti, aveva stabilito che per le aspiranti principesse si potesse esaudire un solo desiderio.

La piccola Cenerentola, tanto inesperta quanto innocente, chiese alla fata di poter indossare un Oscar de la Renta.
“L’abito non fa il monaco, lo so…” disse “ma sicuramente un de la Renta aiuta”.
Fin qui, nulla da obiettare alla nostra eroina. Dopo averle cucito l’abito addosso, la fata la guardò e si convinse di aver fatto un ottimo lavoro, ma sorse immancabilmente un altro problema: come andare al ballo?
Per fortuna, tempo prima, Cenerentola aveva acquistato online un fantastico buono di Groupon che con soli 10€ le permetteva di ricevere dalla fata una carrozza in affitto per 2 ore.
Sappiamo tutti come funzionano questi buoni, perciò non ci stupiamo che la fata utilizzasse qualche topo e un cane per trasformarli in un tiro a quattro con cocchiere. Anche se l’accrocco era un po’ da pecioni, tutto sembrava andare per il verso giusto. Lei era splendida nel suo abito firmato e, tutto sommato, i topolini se la cavavano bene sotto forma di cavalli.
Il cocchiere domandò dove dovesse scortare Cenerentola e la ragazza, senza rendersi conto di cosa significasse poiché aveva passato la vita nella villona in campagna della matrigna, disse candidamente che il ricevimento si sarebbe svolto nei pressi del centro di Roma.
Il tragitto fu breve – nessun incidente sul Raccordo né sul Muro Torto. La sorte sembrava arriderle! Poi, la tragedia. Oltrepassato il Tevere bisognava solo trovare un posto. Il cocchiere girò girò e girò… Purtroppo, la piccola Cenerentola non riuscì mai a coronare il suo sogno di andare al ballo: il buono Groupon finì prima di riuscire a parcheggiare, la carrozza si trasformò in una zucca e lei perse il suo Oscar de la Renta prima di poterlo sfoggiare di fronte al suo principe.
La morale della favola è che, se hai un appuntamento in centro con il principe azzurro, vai con il taxi.

Scherzi a parte, il post di oggi nasce da una riflessione profonda. Se persino Cenerentola, che aveva dalla sua una fata, non è riuscita a trovare parcheggio a Roma, perché io ci spero ancora?

Da piccoli, i genitori spronano a sognare in grande (un po’ come Mufasa con Simba: “E questo sarà tutto mio?”; “Tutto Quanto!”). C’è chi sogna di diventare un astronauta, chi sogna di fare il veterinario, chi di diventare una ballerina o una scrittrice. Più vado avanti e più mi convinco che dovrò cominciare a educare A. a desiderare cose ancora più grandi. Tipo trovare parcheggio all’ora di pranzo vicino a San Pietro.

Perché, ammettiamolo, come cavolo si fa ad andare a fare la spesa in macchina con una bambina piccola, senza essere animati dall’ottimismo di Walt Disney o dalla speranza di Gesù? Devi essere molto molto MOLTO spirituale oppure talmente strafatto da non accorgerti delle ore che passerai a fare il giro del quartiere in attesa che un parcheggio si liberi.

 

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Il sensazionale di tutta questa storia è che ogni anno aumentano le macchine che circolano e ci sono sempre meno parcheggi! Sotto casa nostra sono spuntati ben 7 posti del corpo diplomatico… Caro ambasciatore, perché devi avere un parcheggio riservato? Se sei stato trasferito a Roma, è giusto che tu te la goda fino in fondo. Quindi, perché non provare l’ebbrezza di perdere metà serbatoio alla ricerca di un posto?

Poi ci sono i posti per gli invalidi… Oltre a essere una città nemica dei bambini, Roma è innanzitutto una città nemica dei disabili. Fate caso a quante volte gli scivoli per le carrozzine sono bloccati da una macchina parcheggiata davanti al marciapiede. E pensate a quante persone utilizzano a sproposito il parcheggio riservato. Qualche tempo fa, ho assistito al litigio di due signori (uno con il suv Range Rover, l’altro con la Stelvio – macchine utilizzatissime da tutti i portatori di handicap di questo mondo) che discutevano su chi avesse la precedenza per parcheggiarsi al posto riservato agli invalidi. Ovviamente era sabato pomeriggio. Ovviamente in macchina non avevano un disabile. Ovviamente con loro c’era una giovane signora con tacchi altissimi e l’agilità di Usain Bolt. Quasi sicuramente non avevano neanche il permesso d’invalidità. E i disabili, intanto, girano e girano come il cocchiere di Cenerentola.

Poi ci siamo noi. Le mamme con bambini piccoli che, pur avendo una disabilità organizzativa chiamata passeggino, non hanno mai posti riservati. Non c’è un posto riservato alle mamme davanti alla posta o al supermercato, né parcheggi speciali nelle zone intasate come il centro. Nella giungla urbana, noi sfidiamo le leggi della fisica. Non è una questione di bravura, ma di necessità. Se non riusciamo a parcheggiare una Yaris nello spazio di una Smart, siamo condannate all’estinzione nostra e dei nostri cuccioli.

Oggi, dopo aver passato più di cinquanta minuti a girare, sono stata costretta a parcheggiare la macchina in doppia fila davanti a un passo carrabile (perché ho pensato “se mi devo far fare la multa, tanto vale che blocchi la macchina a qualche str***o che parcheggia dove non dovrebbe”) e salire a casa per dar da mangiare ad A.. Finito il biberon sono scesa e ho continuato a girare finché non ho trovato un posto decente. Giuro, non era mia intenzione prendere la macchina, ma non riesco a portare più di una busta se con l’altra mano spingo il passeggino: l’auto era l’unica scelta possibile.

Cara fata madrina, io non ti ho chiesto un de la Renta per conquistare la mia dolce metà. Ci siamo corteggiati senza carrozze e balli e ci siamo sposati senza chiederti una lira. Perciò, se proprio vuoi farmi un regalo, mi piacerebbe avere un parcheggio riservato alle mamme con i bambini piccoli. Prometto di non usarlo per parcheggiare quando vado fuori a cena con m., oppure quando vado a Porta di Roma a fare shopping. Prometto di usarlo solo in caso di bisogno, così da non sottrarlo ad altre mamme in difficoltà. Prometto di averne cura e di restituire il permesso quando A. non mangerà più ogni quattro ore e non dovrò darle il biberon. Cara fata, nel caso non riuscissi a esaudire il mio desiderio, ti allego l’indirizzo per spedirmi il de la Renta!

Alla prossima 😉

 

Mamme si diventa #7 Battesimo e dintorni

Questo è forse uno degli argomenti più delicati per i neogenitori. Il Battesimo rappresenta un atto pubblico in cui la nuova famiglia chiede l’ingresso del proprio bambino all’interno della comunità dei credenti. In linea generale, dovrebbe essere un momento di gioia e di condivisione; tuttavia, capita che si vengano a creare una marea di problemi, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione dell’evento. Vediamo insieme alcuni argomenti che rischiano di trasformarlo in un inferno…

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La parrocchia: la tua, la mia o la nostra? La chiesa dove battezzare il proprio figlio dovrebbe essere quella di riferimento, cioè la parrocchia. Però, se avete alle spalle una bella storia parrocchiale e vi siete trasferiti in un altro quartiere, è possibile che uno dei due o entrambi vogliate battezzare il bambino nella vostra ex-parrocchia. Non c’è una regola da seguire pedissequamente. Ci sono genitori che, volendo a ogni costo un sacerdote specifico, organizzano il battesimo anche in chiese che non c’entrano nulla con la loro storia di fede. La cosa importante è che vi ricordiate che la parrocchia dove battezzerete vostro figlio sarà quella dove verrà registrato.

Il vestito. Per molti di voi non costituirà un motivo di discussione, ma in alcune famiglie si tramandano da generazioni vestitini appartenuti alla nonna del trisnonno. Cosa fare se uno di voi due non vuole farlo indossare al bambino? Se l’imposizione è solo da parte di una coppia di nonni, mentre i genitori sono d’accordo nel non volerglielo fare indossare, la soluzione è facile: cari mamma e papà, trovate il coraggio di dirlo apertamente. Siete voi i genitori e avete tutto il diritto di vestire vostro figlio come vi pare e piace. Se, invece, non siete portati alla discussione e volete trovare un compromesso, potete fare come ha fatto una mia amica: mettete il vestitino “della tradizione” per fare le foto o per la cerimonia. Se, invece, è uno di voi due a voler far indossare l’abitino, mentre l’altro non è molto d’accordo, cercate di parlarne. Spiegate i vostri motivi e ascoltate quelli dell’altro. Se nessuno dei due vuole cedere di un millimetro, cercate di arrivare almeno a un compromesso. Sappiate che prima o poi il bambino crescerà e vedrà quelle foto. Cosa dirà quando si vedrà vestito come un Baby George?

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Padrino e madrina. Anche qui, la questione si fa spinosa quando si mettono in mezzo le famiglie. Riguardo alla scelta, come anche per quella dei testimoni al momento delle nozze, esistono due scuole di pensiero differenti. La prima vuole che si scelgano parenti o amici molto stretti pur non essendo magari tipi religiosi. La seconda scuola preferisce scegliere persone che si ritengono spiritualmente valide per il compito che stanno prendendo. Personalmente, trovo importantissimo il ruolo del padrino e della madrina, quindi propendo per la seconda opzione. Con questo non voglio dire che la cugina o il fratello o chicchessia non siano spiritualmente validi per fare i padrini! Credo che un buon punto da cui partire per scegliere il padrino e la madrina sia chiedersi: qual è il significato di questo ruolo? E che significato voglio che abbia nella vita di mio figlio?

Chi invitare? Anche su questo punto ci sono differenti scuole di pensiero. C’è chi preferisce fare una cerimonia raccolta, chi invece vuole che anche il meccanico con cui avete scambiato giusto quattro parole sia presente. La regola è sempre la stessa: cercate un buon compromesso con il vostro partner. Il Battesimo non è un matrimonio, quindi potete invitare più persone senza rischiare di andare in bancarotta. L’essenziale è vivere fino in fondo quest’importante momento della vita di vostro figlio. Perciò, se ci tenete a condividerlo con più persone possibili, non badate a restrizioni.

Dresscode. Ma come… è un battesimo e c’è un dresscode? Nì. Non siamo ai livelli dei matrimoni, però non vi potete neanche presentare come se andaste alla sagra della frittella (con tutto il rispetto per le frittelle). Cercate di far capire agli invitati che la cerimonia si svolgerà in una chiesa. Ergo, NO a minigonne, bermuda, ciabatte, schiene scoperte, decolleté in vista e chi più ne ha più ne metta. Non penso che Gesù si offenda per un paio di gambe scoperte, ma io sì e se i miei invitati si presentano come se dovessero andare a fare l’aperitivo in spiaggia, li spedisco a raccogliere fragole in Lapponia. Tanto per intenderci: jeans e polo/camicia ok; havaianas NO (o, meglio, ti-uccido-solo-se-ci-provi). Se organizzate, ditelo; se siete invitati, capitelo. Genitori, non sentitevi a disagio a dire “vedi di regolarti” al vostro amico del liceo che mette solo magliette di Marylin Manson da quando ha sedici anni. Qui non si tratta di impedire la libera espressione, ma di ricordare che ci sono contesti e contesti. A volte queste nozioni basilari sfuggono…

Le foto. I ricordi sono i gioielli più preziosi nella vita di un uomo. Ti rammentano ciò che sei stato e quello che hai provato. Quindi, anche in un’occasione del genere le fotografie sono (quasi) d’obbligo. Potete affidarvi a un professionista, oppure portare la vostra macchinetta. Il solo consiglio che mi sento di darvi è di non passare la giornata a scattare foto. Cercate di delegare il compito a un invitato, altrimenti rischiate di non vivere appieno il momento.

No alcol. Se non organizzate il classico pranzo o la classica cena tra intimi, ma avete pensato a un rinfresco per tutti gli invitati, vi sconsiglio vivamente di servire alcolici. Questo per ragioni mooolto pratiche: 1) se fate la festa nei locali parrocchiali, sicuramente non ci sarà un frigo e il vino o la birra caldi fanno schifo forse più degli invitati con le havaianas; 2) sebbene ai matrimoni gli ospiti alticci siano simpatici, non lo sono ai battesimi.

Il rito. “Sono un genitore che vuole battezzare il figlio, ma non frequento molto la chiesa”. Mmmh, ok. Ci sono persone che non vanno tutte le domeniche a messa, eppure reputano importante che il figlio venga battezzato. Per far fronte a questa esigenza, i parroci organizzano mini-corsi che introducono i genitori e i padrini a questo sacramento. A cosa serve? Per esempio, a evitare che durante il rito alla domanda “cosa chiedete per vostro figlio?” i genitori sappiano rispondere correttamente (= “il battesimo”) e non cose a caso tipo “la felicità”. Detta così sembra una battuta, ma è capitato! Un po’ come quando mia mamma ha cercato di accendere il cero battesimale con l’accendino per le sigarette… stendiamo un velo pietoso!

E voi cosa ne pensate? Quali sono le situazioni che non vorreste mai vivere durante la preparazione di un battesimo?

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Alla prossima 😉

 

Mamme si diventa #5 I 5 miti da sfatare riguardo alla genitorialità

Il mondo dei genitori è circondato dal mistero. Non è sicuramente una circostanza voluta, ma sembra quasi che si viva in due universi distinti. Diventare genitori ti autorizza a entrare nel privé della genitorialità e apre le porte a quelle che fino a poco tempo prima sembravano pratiche esoteriche. Io e M. (=Marito) “ci siamo dentro” da quasi due mesi e ci sono un paio di cosette che ci sentiamo in dovere di far sapere a chi è in procinto di diventare genitore oppure ha solo la curiosità di accedere a questo mondo mitico (“mitico” in tutte le accezioni che il vocabolario Treccani fornisce). Troppo spesso ci siamo sentiti ripetere frasi che, una volta arrivata A., abbiamo scoperto essere delle vere cavolate. Ecco i nostri 5 miti da sfatare riguardo all’essere genitori.

Homer e Marge Simpson nella serie tv (2012 TCFFC)

1. La vostra vita non sarà più come prima. Questa è una mezza verità. Come tutti i grandi avvenimenti nella vita, ti cambiano fintanto che tu gli permetti di cambiarti. Chi dice che ora non ha più tempo per fare quello che ama è probabile che menta o non sappia organizzarsi. E’ vero, non potrai più fare TUTTO quello che facevi prima di avere un figlio, ma se hai una passione e riesci a gestire bene il tuo tempo e quello del bambino (e se sei anche aiutato da chi ti sta intorno), puoi riuscire a far combaciare entrambi gli aspetti. [Nonostante la gravidanza, sono riuscita a dare tre esami a giugno e ne darò uno a settembre. Certo, è stato faticoso e non ho preteso di raggiungere i livelli di concentrazione pre-parto, ma ho portato avanti i miei progetti e sono felicissima di averlo fatto.]

2. La vostra vita sarà esattamente come prima. Abbiamo sentito anche questa frase, anche se meno spesso della precedente. Ecco, prima di avere un figlio non ci permettevamo di entrare in merito a quest’affermazione, nonostante nutrissimo i nostri dubbi… ora che siamo mamma e papà possiamo dire che chi la pensa esattamente in questo modo non sta facendo il genitore oppure ha qualcuno che lo sta facendo al posto suo. Diciamocelo, com’è possibile che riusciate ad andare tutti i weekend a ballare? Tre volte a settimana palestra, due volte yoga, poi la notte ci pensa la mamma o la nonna, il sabato sera con gli amici, la domenica a calcetto, e il lunedì il vostro bebè alza la cornetta e chiama il telefono azzurro. Perché alla fine o diventa Jack lo Squartatore o si fa ricoverare per i complessi d’abbandono che gli fate venire. [Ok, va bene, è necessario ritagliarsi del tempo per sé, ma – come si dice a Roma – fino a una certa. Avete un figlio, non vi siete fatti un gatto o un pesce rosso.]

3. E’ chiaro che il rapporto principale sarà quello con la madre. Non si sa quante volte mi hanno ripetuto questo discorso. A dirlo erano sia uomini sia donne. Non intendo fare la femminista, ma penso che questo assunto sia veramente frutto di un retaggio culturale vecchio di almeno un secolo. Prendiamo come esempio A.: l’abbiamo concepita insieme; durante la gravidanza, M. si è incaricato di fare da solo tutto quello che prima facevamo insieme o facevo io; nel momento del parto, M. non mi ha lasciata sola un secondo. In che modo A. è legata più a me che a lui? Qualcuno mi ha risposto che il legame si crea anche per via dell’allattamento. Benissimo, ho risposto, per questo mi tiro il latte e lascio che M. la allatti quanto lo faccio io. Papà, non fatevi influenzare da queste voci: il vostro ruolo è fondamentale ed è importante fin dalla nascita, perciò non rinunciate al rapporto con i vostri figli pensando che “a pelle” preferiscano la mamma. E voi, mamme, se avete la fortuna di avere accanto uomini meravigliosi che vogliono fare i papà, permetteteglielo, rinunciate a essere presenti e regalate al bambino e al papà del tempo esclusivo da trascorrere insieme. [D’altronde voi avete un vantaggio di 9 mesi da fargli recuperare. 😉 ]

4. Scordatevi il romanticismo, i figli diventeranno il centro della vostra esistenza. Questo, più che un mito da sfatare, è un pericolo da evitare. Quando i bambini sono piccoli piccoli viene spontaneo stargli sempre vicino, coccolarli, prendersene cura… poi diventano grandi e pretendono mille attenzioni. Il risultato è che, se mamma e papà non sono in grado di porre un freno, finiranno per non avere più tempo o spazio per loro stessi. Intendiamoci, ognuno può far quello che gli pare, purché poi non ve ne lamentiate con gli amici o con i parenti. “Sono tre anni che non vado a cena fuori con mio marito”, “Io e mia moglie non riusciamo ad avere un attimo di intimità da mesi”… però quando capita l’occasione sono i primi a non voler mollare la presa sui figli. Conoscendomi, so che quando mi preoccupo divento un accollo spropositato. Per questo motivo, io e M. ci siamo promessi di ricordarci sempre che la persona a cui abbiamo giurato amore eterno non è A. Già dopo poco tempo dalla nascita, abbiamo cercato di ritagliarci almeno una sera a settimana per stare da soli. Non sarà molto, ma ci aiuta a consolidare il nostro ménage. [Su questo argomento penso di scrivere un post approfondito più avanti]

5. Viene tutto molto spontaneo e naturale.Dulcis in fundo, il mito numero uno, il più temuto dalle madri inesperte come me: essere genitori è l’esperienza più naturale del mondo. Questo vuol dire che se in voi non ci sono genitori pancini, non siete fatti per avere figli. Beh, vi confesso una cosa: prima di avere A., credevo di essere l’ultima persona al mondo a poter diventare una mamma. No, essere genitori non è naturale. O almeno, non lo è più. Non si nasce più “genitori”. Anzi, oggi è persino difficile ritagliarsi un ruolo diverso da quello di figli. Ci consideriamo e siamo considerati eterni bambinoni. Non credete a chi vi dice che viene tutto spontaneo. Viviamo in un mondo in cui nulla è più spontaneo, neanche l’insalata. Perciò, se pensate di non essere un granché come genitori, non spaventatevi, non fatevi venire i complessi. Essere genitori è un’arte e, come tutte le arti, è solo marginalmente spontanea. Ci vuole tanto impegno e umiltà, un cuore disposto a imparare ad amare e molta pazienza con se stessi. L’ho già detto altre volte? Forse. D’altronde è lo slogan di questa rubrica: genitori si diventa!

Questi sono i nostri 5 miti da sfatare, ma scommettiamo che ce ne sono moltissimi altri. A voi ne viene in mente qualcuno?

Alla prossima 🙂