Recensione: “La Città & la Città” di China Miéville

Risultati immagini per china mieville la città e la cittàTitolo originale: The City & the City
Autore: China Miéville
Editore: Fanucci
Pagine: 361

Immaginate due città, separate e unite allo stesso tempo, in un punto indefinito dell’Europa. Figlie della catastrofe post-sovietica. Due città sovrapposte, che condividono lo stesso spazio, ognuna con le proprie strade, i propri palazzi, i propri cittadini, la propria storia, la propria identità. Un’anomalia spazio-temporale, un capriccio tecnologico, un errore nella creazione, una scissione a un certo punto della storia? Tutto questo, o forse no. Per un cittadino dell’una il più grave reato è quello di vedere un cittadino dell’altra: sono due mondi vicinissimi, eppure incomunicabili, e la punizione per chi trasgredisce è certa e impietosa. Così tutti sono abituati fin dalla nascita a non-vedere, a sfuggire ogni forma di contatto con gli altri che pure sono lì, sotto i loro occhi e a portata di mano. Viene scoperto un delitto, in una delle due città, e le indagini portano fino all’altra città, e poi oltre, in un’altra realtà che nessuna delle due sembra conoscere, e che forse le trascende entrambe.

Voti della RASSEGNA FANTASTICA
Trama: •••
Credibilità: ••••
Stile: ••••
Edizione: •••

In questo romanzo China Miéville affronta la tematica della coesione sociale e delle identità nazionali con incredibile originalità. Immaginate l’esistenza di due città all’interno di uno stesso perimetro: alcune vie appartengono all’una, alcune appartengono all’altra, alcune sono addirittura condivise! Eppure gli abitanti si ignorano e sono obbligati a disvedere tutto ciò che appartiene o proviene dalla città altra. A vigilare sul rispetto di tali leggi c’è un oscuro potere che si fa chiamare Violazione. Ma cosa succede se qualcuno architetta un omicidio a cavallo tra le due città senza commettere una violazione? La Città & la Città è un fanta-thriller che ricrea le atmosfere tipiche del noir d’autore condito con un linguaggio ispirato a Philip K. Dick. Il romanzo scorre veloce, mentre il lettore divora una pagina dopo l’altra seguendo la storia tramite il racconto e le riflessioni del protagonista, il detective Tyador Borlù. La trama è articolata, come ogni crime che si rispetti, ma credibile. Troviamo colpi di scena a volontà, che però non risultano mai artificiosi. Borlù è un personaggio a tutto tondo, che non può non piacere al lettore: poliziotto assetato di verità, con un’anticchia di cinismo e coraggio da vendere. Questo libro meriterebbe un seguito solo per permetterci di continuare a seguire la sua storia. Personalmente, non ho gradito molto il risvolto forse un po’ ideologico cui si assiste verso la fine del romanzo, al momento della rivelazione su chi sia l’assassino e il suo movente. Tuttavia, La Città & la Città resta una piccola perla, che ha fatto vincere all’autore i premi Locus, Arthur C. Clarke, British Science Fiction e World Fantasy. La traduzione di Maurizio Nati è molto buona, considerate anche le difficoltà dovute alle innovazioni linguistiche dell’autore. L’unica pecca dell’edizione Fanucci sono i refusi che disturbano abbastanza chi ci fa caso.

Perché comprarlo. La Città & la Città è un must per i cultori del genere e per chi vuole sperimentare un libro a metà tra la scrittura di Raymond Chandler e quella di Philip K. Dick. Può essere un bel regalo per gli appassionati di thriller o per gli amanti dei romanzi politici.

Perchè non comprarlo. Non lo comprate se cercate una storia d’amore, un romanzo di fantascienza con alieni o un urban fantasy con vampiri, licantropi e stregoni. Non ce n’è neanche l’ombra!

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Dimmi che utopia hai e ti dirò chi sei

Cari avventori,
oggi vi propongo un pensiero alla mescita molto particolare. Parlerò di Lewis Mumford e del suo testo Storia dell’utopia. Mai sentito? Tutto normale, si tratta di un autore tanto interessante, quanto sconosciuto ai più.
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L’AUTORE.
Mumford nasce in America alla fine dell’Ottocento e si arruola nella marina durante la Grande Guerra. Tornato in patria riprende gli studi e inizia una brillante carriera come sociologo e storico dell’archittettura. Coniuga le sue ricerche con la passione per la filosofia della scienza, le tecnologie e la critica letteraria. Vince numerosi premi, le sue opere più famose sono Technics and Civilization (1934), The City in History (1961) e The Myth of the Machine (1970).

STORIA DELL’UTOPIA. Il testo di cui ci occupiamo oggi risale al 1929. Tornato dalla Guerra, il giovane Lewis non ha perso le speranze sul futuro dell’Europa e dell’Occidente in generale. Nonostante l’anno non sia dei più felici per l’economia americana, in pochi mesi raccoglie il materiale, scrive e pubblica questo libro: una storia delle varie concezioni e racconti utopici che si sono succeduti nel corso dei secoli, da Platone fino al XIX secolo.

PERCHÉ L’UTOPIA? Perchè affrontare un tema del genere? Secondo Mumford, quando Tommaso Moro ha coniato il termine “utopia” per la sua opera, l’inglese era ben cosciente che vi fossero due implicazioni terminologiche al suo interno. Esso può significare sia “eu-topia” (dal greco “buon posto”), sia “ou-topia” (cioè “nessun posto”). Ricollegandosi a questa distinzione, l’americano spiega la sua teoria secondo cui l’uomo viva costantemente in due mondi diversi: il mondo esterno e il mondo interno, e che in quest’ultimo vi abiti un’utopia della fuga o una di ricostruzione.

IL MONDO ESTERNO. È il mondo che ci circonda, la realtà che permea la nostra quotidianità. Il mondo esterno è la nostra famiglia, il nostro lavoro, la nostra scuola o la nostra palestra. Le relazioni che abbiamo con gli altri, gli impegni che accompagnano lo scorrere delle ore, insomma, tutto ciò che porta la nostra attenzione e i nostri sensi fuori dall’interiorità. Questo mondo “fisico” è definito e inevitabile, è concreto nei suoi limiti come nelle sue possibilità.

IL MONDO INTERNO. Rappresenta il nostro mondo delle idee, il luogo recondito della nostra mente in cui custodiamo speranze, desideri, opinioni, progetti, categorie di pensiero e tutto ciò che funge da modello di comportamento. Il mondo interno registra le manchevolezze che osserviamo dal mondo esterno e le rielabora in sogni o aspirazioni. L’intuizione di Mumford è quella di sostenere che tale mondo ideale è reale tanto quanto quello esteriore. Infatti, le persone plasmano le loro azioni e agiscono a seconda di quello che è contenuto nel loro mondo interno (che sia un’idea, una teoria o una superstizione).

CHE UTOPIA HAI? Quando parliamo di aspirazioni racchiuse nel mondo interiore, Mumford spiega, queste altro non sono se non la nostra utopia. Nessuno può vivere senza, così come nessuno può evitare il contatto con la realtà: “solo con una ben determinata disciplina – quella che può seguire un asceta indù o un uomo d’affari americano – uno dei due mondi può essere cancellato dalla coscienza” (p.14, ed.Feltrinelli 2017). L’unica alternativa che abbiamo non è dunque scegliere tra vivere con o senza utopia, ma decidere quale utopia fare propria. Per lo scrittore americano, l’alternativa è tra l’utopia della fuga e l’utopia della ricostruzione.

L’UTOPIA DELLA FUGA. Il suo tratto caratteristico è che lascia il mondo esterno così com’è e spinge l’uomo a ricondursi negativamente in se stesso. Fa sì che un uomo si accontenti di immaginare una vita diversa, una società diversa, un marito o una moglie diversi, ma non intervenga minimamente per cambiare la propria condizione di frustrazione. Mumford fa l’esempio del poster della bella donna nuda in qualche officina, ma, portata alle estreme conseguenze, si potrebbe utilizzare come esempio dell’utopia della fuga la dipendenza da droga o da alcol. Il mondo della fuga è chiuso, immutabile, non ha margine di miglioramento, perchè è perfetto così com’è, al contrario del mondo esterno visto come irreparabilmente corrotto e, dunque, altrettanto immodificabile. Tra il mondo interno e quello esterno vi è una incomunicabilità di fondo e una cesura incolmabile.

L’UTOPIA DELLA RICOSTRUZIONE. È l’ago magnetico che ha mosso i grandi inventori, gli innovatori, gli esploratori, coloro che partendo da un sogno hanno cambiato il mondo. Quest’utopia tiene conto della realtà che ci circonda ma non ne è soddisfatta e quindi cerca di migliorarla, di apportare a essa le migliorie che si vorrebbero veder realizzate. Ciò che è implicito nel concetto di ricostruzione è proprio la perfittibilità dell’idea: ricostruire il proprio ambiente e renderlo fertile per ulteriori sviluppi. E con ambiente ricostruito si intende non solo il mondo fisico, ma le sue relazioni, le sue abitudini e i suoi valori. In questo caso, l’utopia e il mondo esterno sono in continuo dialogo tra loro: il mondo interno lavora infaticabilmente per trovare spunti di sviluppo, mentre il mondo esterno ne riceve gli stimoli e ne viene plasmato più o meno felicemente.

L’OPINIONE DI MUMFORD. Ovviamente, quest’ultima è considerata l’utopia più utile, migliore sia per colui o colei che la sperimenta sia per chi lo circonda. Solo revocando a sé il diritto di poter far comunicare le proprie aspirazioni con il mondo, esso può veramente essere cambiato. Nella sua prefazione del 1962 (ben 33 anni dopo la prima edizione), scrive:

La mia utopia è la vita in questo momento, qui o in qualunque luogo, portata ai limiti delle sue possibilità ideali. Per me il passato è origine di utopie come lo è il futuro; e lo scambievole gioco fra tutti quanti questi aspetti dell’esistenza, compresi quelli che non si possono esattamente formulare o afferrare, costituiscono per me una realtà che va al di là di qualunque cosa ci si possa prefigurare con l’uso della sola intelligenza.

COME REALIZZARE QUEST’UTOPIA? Facile. Iniziamo a cambiare le nostre abitudini negative. Cos’è che non ci piace? Cos’è che vorremmo cambiare nei rapporti con gli altri o nel quartiere dove viviamo? Applichiamoci per introdurre un cambiamento reale, che parta innanzitutto dal nostro stare al mondo. Convertiamo le nostre utopie di fuga in utopie di ricostruzione. Convinciamoci della realtà dell’utopia e ricordiamoci, con le parole di Mumford, che “noi viaggiamo attraverso l’utopia solo al fine di superarla”.