5 film che da nonna farò vedere ai nipoti

Oggi è la festa dei nonni, figure che incarnano la tradizione, coloro che sono preposti alla trasmissione delle sane abitudini delle famiglie. Mentre passeggiavo con A., mi sono chiesta quali insegnamenti avrei potuto trasmettere ai miei futuri nipoti. Durante la mia infanzia e oltre, ho tratto lezioni di vita nelle circostanze più improbabili. Nonostante ciò che qualche bacucco sostenga, i film possono insegnare tanto quanto i libri. Ecco 5 film che tra trenta/quarant’anni farò vedere ai miei nipoti affinchè imparino importanti lezioni.

  1. UNA NUOVA SPERANZA di George Lucas (1977)

    Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…
    anche se sei l’ultimo jedi (non proprio l’ultimo eh) devi comunque assicurarti che la ragazza con cui vuoi provarci non sia imparentata con te. Si scherza. La lezione non può essere più chiara: se sei uno Skywalker, è destino che la gran parte della tua famiglia venga uccisa. No, si scherza ancora. La lezione vera è che c’è sempre speranza. Anche quando sembra che il lato oscuro è in possesso della Morte Nera.
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  3. LA STORIA INFINITA di Wolfgang Petersen (1984)Ogni buon libro può essere rovinato da un pessimo film. Lezione dura che va imparata il prima possibile. È sempre meglio leggere prima il romanzo e non farsi venire il sangue amaro per la trasposizione cinematografica.
  4. Risultati immagini per the neverending storyWARGAMES – GIOCHI DI GUERRA di John Badham (1983)Cervello umano batte computer, purché sia allenato a pensare. Questo film è una versione retrò e young adult di Matrix, adatto quindi anche ai più piccoli. (Si sta continuando a scherzare, ovviamente…)
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  6. L’ARMATA DELLE TENEBRE di Sam Raimi (1992)Questo è forse uno dei film più educativi che io abbia mai guardato da piccola. Mai come prima, guardandolo ho capito l’importanza dell’uso delle parole. In ogni circostanza bisogna sempre usare il linguaggio corretto. Soprattutto se non vuoi risvegliare un’armata di morti-viventi.
  7. Risultati immagini per l'armata delle tenebre
  8. INDIANA JONES E I PREDATORI DELL’ARCA PERDUTA di Steven Spielberg (1981)La scena cult, in cui Indiana Jones sconfigge con un semplice colpo di pistola il rocambolesco spadaccino nemico, regala un grande insegnamento. Cerca sempre di essere al passo coi tempi. Non è detto che old style sia meglio. A volte, il progresso tecnologico aiuta.
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Recensione: “Anno Dracula” di Kim Newman

Titolo originale: Anno Dracula
Autore: Kim Newman
Anno: 1992 (ed. originale); 1997 (ed. italiana)
Editore: Fanucci
Pagine: 426
Prezzo: 8€

Inghilterra 1888. Dopo aver sconfitto Van Helsing e i suoi amici, il Conte Dracula domina sul Regno Unito. Il Re dei vampiri ha sposato la Regina Vittoria, trasformandola in una non-morta, e i nosferatu imperversano. Le strade della Londra notturna sono battute da bande di vampiri in cerca di preda e, nella luce dei lampioni, prostitute-vampire adescano i clienti in cambio di una pinta di sangue. Nelle ombre di questa metropoli si aggira uno spietato assassino che uccide solo giovani donne non-morte, e si fa chiamare Jack lo Squartatore… Charles Beauregard, agente speciale alle dipendenze del misterioso Club Diogene, e Geneviève Dieudonné, vampira gentile di una stirpe che si contrappone a quella del conte di Transilvania, uniscono le loro forze per scovare l’autore di questi efferati delitti, che minacciano di sovvertire l’ordine sociale dando vita a un mondo sorprendente, in cui vivi e non-morti coesistono e la legge di Dracula ha soppiantato le regole della civiltà.

Voti della RASSEGNA FANTASTICA
Trama: •••• (4/5)
Credibilità: ••••• (5/5)
Stile: •••• (4/5)
Edizione: •• (2/5)

Questo libro ha riscosso tanto successo in patria quanto poco ne ha suscitato qui da noi. Il motivo è semplice. Il romanzo di Kim Newman è un tributo al romanzo gotico inglese e alla storia della nazione britannica di fine Ottocento. I personaggi sono tutti lì: Dracula, Dr. Jekyll, i fratelli Holmes, Jack lo Squartatore. Ci sono, ma non come protagonisti. Newman in questo ha operato una scelta sagace: saccheggiare il più possibile la letteratura dell’orrore a tema vampiri (e non), creando due protagonisti totalmente originali che ballano il loro valzer narrativo attorno a uno stuolo di celebrità. È difficile definire il genere di quest’opera… mi azzarderei a dire che si tratta di un horror distopico. Chiunque abbia letto Dracula si sarà chiesto almeno una volta “e se avesse trionfato il principe di Valacchia?”. In questo libro l’autore ci mostra un’alternativa plausibile alla vittoria di Van Helsing. La trama è lineare e la voce narrante alla terza persona permette di seguire la storia da più punti di vista. Il risultato è un romanzo corposo, credibile e, a suo modo, appassionante. Molto particolare è la scelta di utilizzare anche la prima persona esclusivamente per il flusso di coscienza di Jack lo Squartatore. In lui, fragilità e violenza si alternano così come nel lettore si alterna l’opinione che lui sia effettivamene una vittima oppure un carnefice. Il gioco psicologico si regge tutto sul fatto che lo Squartatore uccida delle vampire prostitute. Prostitute innocenti forse, ma pur sempre vampire. Nella sua riflessione sul “dono nero”, infatti, Anno Dracula ci introduce in una società vampirica complessa, in cui i rapporti tra vampiri e caldi (=i vivi) non sono assolutamente scontati come certi stereotipi letterari vogliono far credere e in cui gli stessi vampiri sono divisi tra chi cerca di mantenere in vita la propria umanità e chi invece decide di abbracciare e diventare la morte. Un mostro è tale per ciò che fa o per l’intenzione che lo muove?
Ho trovato molto utile l’elenco dei personaggi storici, letterari e cinematografici presenti nella storia proposto alla fine del libro dal traduttore Bernardo Cicchetti. Invece, sono rimasta delusissima (e sottolineo il superlativo) dalla pessima correzione delle bozze: a circa un terzo del libro ho iniziato a contare i refusi e sono arrivata a 16 [!], di cui uno – un errore di impaginazione – sulla quarta di copertina [!!!]. È la seconda volta che trovo refusi in un libro della Fanucci (qui la recensione di “La Città & la Città”), spero sia stato solo una pessima coincidenza…

Le citazioni preferite

«”In fede, vostro Jack lo Squartatore”? Lo scrittore di lettere è qualcuno che conosco? Lui sa qualcosa di me? No, lui non comprende la mia missione. Io non sono un lunatico giocherellone. Sono un chirurgo che asporta il tessuto malato. Non c’è alcun ‘divertimento’ in questa cosa.» p. 207
~
«Tutta questa faccenda puzza di ancient[*] régime, non pensate?» p. 322

[*] Uno dei tanti refusi che, però, non riesce a rovinare la fantastica battuta.

Perché comprarlo. Tutti coloro che hanno amato Dracula di Bram Stoker o a cui piacciono le atmosfere gotiche dei romanzi ambientati in epoca vittoriana devono leggere almeno una volta nella vita questo romanzo.

Perchè non comprarlo. La storia è quello che è. Se avete lo stomaco debole e al solo pensiero di Jack lo Squartatore vi sentite svenire, questo non è il libro adatto a voi.

Link utili
Link a Dracula di Bram Stoker (da leggere assolutamente prima di mettere mano ad Anno Dracula): ed. Mondadori, ed. Feltrinelli, Ebook
Link al libro in lingua originale: https://amzn.to/2zKxJH0
Link al fumetto: https://amzn.to/2NSGEyF

Purtroppo su Amazon sono finite le copie nuove dell’edizione italiana; tuttavia, sparse nel web, si trovano diverse copie usate. (Se siete a Roma vi presto la mia copia, purché me la ridiate indietro :P)

Recensione: “La Città & la Città” di China Miéville

Risultati immagini per china mieville la città e la cittàTitolo originale: The City & the City
Autore: China Miéville
Editore: Fanucci
Pagine: 361

Immaginate due città, separate e unite allo stesso tempo, in un punto indefinito dell’Europa. Figlie della catastrofe post-sovietica. Due città sovrapposte, che condividono lo stesso spazio, ognuna con le proprie strade, i propri palazzi, i propri cittadini, la propria storia, la propria identità. Un’anomalia spazio-temporale, un capriccio tecnologico, un errore nella creazione, una scissione a un certo punto della storia? Tutto questo, o forse no. Per un cittadino dell’una il più grave reato è quello di vedere un cittadino dell’altra: sono due mondi vicinissimi, eppure incomunicabili, e la punizione per chi trasgredisce è certa e impietosa. Così tutti sono abituati fin dalla nascita a non-vedere, a sfuggire ogni forma di contatto con gli altri che pure sono lì, sotto i loro occhi e a portata di mano. Viene scoperto un delitto, in una delle due città, e le indagini portano fino all’altra città, e poi oltre, in un’altra realtà che nessuna delle due sembra conoscere, e che forse le trascende entrambe.

Voti della RASSEGNA FANTASTICA
Trama: •••
Credibilità: ••••
Stile: ••••
Edizione: •••

In questo romanzo China Miéville affronta la tematica della coesione sociale e delle identità nazionali con incredibile originalità. Immaginate l’esistenza di due città all’interno di uno stesso perimetro: alcune vie appartengono all’una, alcune appartengono all’altra, alcune sono addirittura condivise! Eppure gli abitanti si ignorano e sono obbligati a disvedere tutto ciò che appartiene o proviene dalla città altra. A vigilare sul rispetto di tali leggi c’è un oscuro potere che si fa chiamare Violazione. Ma cosa succede se qualcuno architetta un omicidio a cavallo tra le due città senza commettere una violazione? La Città & la Città è un fanta-thriller che ricrea le atmosfere tipiche del noir d’autore condito con un linguaggio ispirato a Philip K. Dick. Il romanzo scorre veloce, mentre il lettore divora una pagina dopo l’altra seguendo la storia tramite il racconto e le riflessioni del protagonista, il detective Tyador Borlù. La trama è articolata, come ogni crime che si rispetti, ma credibile. Troviamo colpi di scena a volontà, che però non risultano mai artificiosi. Borlù è un personaggio a tutto tondo, che non può non piacere al lettore: poliziotto assetato di verità, con un’anticchia di cinismo e coraggio da vendere. Questo libro meriterebbe un seguito solo per permetterci di continuare a seguire la sua storia. Personalmente, non ho gradito molto il risvolto forse un po’ ideologico cui si assiste verso la fine del romanzo, al momento della rivelazione su chi sia l’assassino e il suo movente. Tuttavia, La Città & la Città resta una piccola perla, che ha fatto vincere all’autore i premi Locus, Arthur C. Clarke, British Science Fiction e World Fantasy. La traduzione di Maurizio Nati è molto buona, considerate anche le difficoltà dovute alle innovazioni linguistiche dell’autore. L’unica pecca dell’edizione Fanucci sono i refusi che disturbano abbastanza chi ci fa caso.

Perché comprarlo. La Città & la Città è un must per i cultori del genere e per chi vuole sperimentare un libro a metà tra la scrittura di Raymond Chandler e quella di Philip K. Dick. Può essere un bel regalo per gli appassionati di thriller o per gli amanti dei romanzi politici.

Perchè non comprarlo. Non lo comprate se cercate una storia d’amore, un romanzo di fantascienza con alieni o un urban fantasy con vampiri, licantropi e stregoni. Non ce n’è neanche l’ombra!

Leggi anche tu il romanzo (trovi il link qui sotto) e fammi sapere cosa ne pensi! 🙂
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Mamme si diventa #8 Cenerentola in doppia fila

C’era una volta una ragazza di nome Cenerentola.
La giovane fanciulla desiderava tanto andare al ballo per incontrare il principe azzurro. Come in tutte le favole che si rispettino, la fata madrina le apparve innanzi e le chiese di esprimere un desiderio. Uno solo, però, perché lei era una fata e non un genio della lampada. Il sindacato delle fate madrine, infatti, aveva stabilito che per le aspiranti principesse si potesse esaudire un solo desiderio.

La piccola Cenerentola, tanto inesperta quanto innocente, chiese alla fata di poter indossare un Oscar de la Renta.
“L’abito non fa il monaco, lo so…” disse “ma sicuramente un de la Renta aiuta”.
Fin qui, nulla da obiettare alla nostra eroina. Dopo averle cucito l’abito addosso, la fata la guardò e si convinse di aver fatto un ottimo lavoro, ma sorse immancabilmente un altro problema: come andare al ballo?
Per fortuna, tempo prima, Cenerentola aveva acquistato online un fantastico buono di Groupon che con soli 10€ le permetteva di ricevere dalla fata una carrozza in affitto per 2 ore.
Sappiamo tutti come funzionano questi buoni, perciò non ci stupiamo che la fata utilizzasse qualche topo e un cane per trasformarli in un tiro a quattro con cocchiere. Anche se l’accrocco era un po’ da pecioni, tutto sembrava andare per il verso giusto. Lei era splendida nel suo abito firmato e, tutto sommato, i topolini se la cavavano bene sotto forma di cavalli.
Il cocchiere domandò dove dovesse scortare Cenerentola e la ragazza, senza rendersi conto di cosa significasse poiché aveva passato la vita nella villona in campagna della matrigna, disse candidamente che il ricevimento si sarebbe svolto nei pressi del centro di Roma.
Il tragitto fu breve – nessun incidente sul Raccordo né sul Muro Torto. La sorte sembrava arriderle! Poi, la tragedia. Oltrepassato il Tevere bisognava solo trovare un posto. Il cocchiere girò girò e girò… Purtroppo, la piccola Cenerentola non riuscì mai a coronare il suo sogno di andare al ballo: il buono Groupon finì prima di riuscire a parcheggiare, la carrozza si trasformò in una zucca e lei perse il suo Oscar de la Renta prima di poterlo sfoggiare di fronte al suo principe.
La morale della favola è che, se hai un appuntamento in centro con il principe azzurro, vai con il taxi.

Scherzi a parte, il post di oggi nasce da una riflessione profonda. Se persino Cenerentola, che aveva dalla sua una fata, non è riuscita a trovare parcheggio a Roma, perché io ci spero ancora?

Da piccoli, i genitori spronano a sognare in grande (un po’ come Mufasa con Simba: “E questo sarà tutto mio?”; “Tutto Quanto!”). C’è chi sogna di diventare un astronauta, chi sogna di fare il veterinario, chi di diventare una ballerina o una scrittrice. Più vado avanti e più mi convinco che dovrò cominciare a educare A. a desiderare cose ancora più grandi. Tipo trovare parcheggio all’ora di pranzo vicino a San Pietro.

Perché, ammettiamolo, come cavolo si fa ad andare a fare la spesa in macchina con una bambina piccola, senza essere animati dall’ottimismo di Walt Disney o dalla speranza di Gesù? Devi essere molto molto MOLTO spirituale oppure talmente strafatto da non accorgerti delle ore che passerai a fare il giro del quartiere in attesa che un parcheggio si liberi.

 

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Il sensazionale di tutta questa storia è che ogni anno aumentano le macchine che circolano e ci sono sempre meno parcheggi! Sotto casa nostra sono spuntati ben 7 posti del corpo diplomatico… Caro ambasciatore, perché devi avere un parcheggio riservato? Se sei stato trasferito a Roma, è giusto che tu te la goda fino in fondo. Quindi, perché non provare l’ebbrezza di perdere metà serbatoio alla ricerca di un posto?

Poi ci sono i posti per gli invalidi… Oltre a essere una città nemica dei bambini, Roma è innanzitutto una città nemica dei disabili. Fate caso a quante volte gli scivoli per le carrozzine sono bloccati da una macchina parcheggiata davanti al marciapiede. E pensate a quante persone utilizzano a sproposito il parcheggio riservato. Qualche tempo fa, ho assistito al litigio di due signori (uno con il suv Range Rover, l’altro con la Stelvio – macchine utilizzatissime da tutti i portatori di handicap di questo mondo) che discutevano su chi avesse la precedenza per parcheggiarsi al posto riservato agli invalidi. Ovviamente era sabato pomeriggio. Ovviamente in macchina non avevano un disabile. Ovviamente con loro c’era una giovane signora con tacchi altissimi e l’agilità di Usain Bolt. Quasi sicuramente non avevano neanche il permesso d’invalidità. E i disabili, intanto, girano e girano come il cocchiere di Cenerentola.

Poi ci siamo noi. Le mamme con bambini piccoli che, pur avendo una disabilità organizzativa chiamata passeggino, non hanno mai posti riservati. Non c’è un posto riservato alle mamme davanti alla posta o al supermercato, né parcheggi speciali nelle zone intasate come il centro. Nella giungla urbana, noi sfidiamo le leggi della fisica. Non è una questione di bravura, ma di necessità. Se non riusciamo a parcheggiare una Yaris nello spazio di una Smart, siamo condannate all’estinzione nostra e dei nostri cuccioli.

Oggi, dopo aver passato più di cinquanta minuti a girare, sono stata costretta a parcheggiare la macchina in doppia fila davanti a un passo carrabile (perché ho pensato “se mi devo far fare la multa, tanto vale che blocchi la macchina a qualche str***o che parcheggia dove non dovrebbe”) e salire a casa per dar da mangiare ad A.. Finito il biberon sono scesa e ho continuato a girare finché non ho trovato un posto decente. Giuro, non era mia intenzione prendere la macchina, ma non riesco a portare più di una busta se con l’altra mano spingo il passeggino: l’auto era l’unica scelta possibile.

Cara fata madrina, io non ti ho chiesto un de la Renta per conquistare la mia dolce metà. Ci siamo corteggiati senza carrozze e balli e ci siamo sposati senza chiederti una lira. Perciò, se proprio vuoi farmi un regalo, mi piacerebbe avere un parcheggio riservato alle mamme con i bambini piccoli. Prometto di non usarlo per parcheggiare quando vado fuori a cena con m., oppure quando vado a Porta di Roma a fare shopping. Prometto di usarlo solo in caso di bisogno, così da non sottrarlo ad altre mamme in difficoltà. Prometto di averne cura e di restituire il permesso quando A. non mangerà più ogni quattro ore e non dovrò darle il biberon. Cara fata, nel caso non riuscissi a esaudire il mio desiderio, ti allego l’indirizzo per spedirmi il de la Renta!

Alla prossima 😉

 

Mamme si diventa #7 Battesimo e dintorni

Questo è forse uno degli argomenti più delicati per i neogenitori. Il Battesimo rappresenta un atto pubblico in cui la nuova famiglia chiede l’ingresso del proprio bambino all’interno della comunità dei credenti. In linea generale, dovrebbe essere un momento di gioia e di condivisione; tuttavia, capita che si vengano a creare una marea di problemi, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione dell’evento. Vediamo insieme alcuni argomenti che rischiano di trasformarlo in un inferno…

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La parrocchia: la tua, la mia o la nostra? La chiesa dove battezzare il proprio figlio dovrebbe essere quella di riferimento, cioè la parrocchia. Però, se avete alle spalle una bella storia parrocchiale e vi siete trasferiti in un altro quartiere, è possibile che uno dei due o entrambi vogliate battezzare il bambino nella vostra ex-parrocchia. Non c’è una regola da seguire pedissequamente. Ci sono genitori che, volendo a ogni costo un sacerdote specifico, organizzano il battesimo anche in chiese che non c’entrano nulla con la loro storia di fede. La cosa importante è che vi ricordiate che la parrocchia dove battezzerete vostro figlio sarà quella dove verrà registrato.

Il vestito. Per molti di voi non costituirà un motivo di discussione, ma in alcune famiglie si tramandano da generazioni vestitini appartenuti alla nonna del trisnonno. Cosa fare se uno di voi due non vuole farlo indossare al bambino? Se l’imposizione è solo da parte di una coppia di nonni, mentre i genitori sono d’accordo nel non volerglielo fare indossare, la soluzione è facile: cari mamma e papà, trovate il coraggio di dirlo apertamente. Siete voi i genitori e avete tutto il diritto di vestire vostro figlio come vi pare e piace. Se, invece, non siete portati alla discussione e volete trovare un compromesso, potete fare come ha fatto una mia amica: mettete il vestitino “della tradizione” per fare le foto o per la cerimonia. Se, invece, è uno di voi due a voler far indossare l’abitino, mentre l’altro non è molto d’accordo, cercate di parlarne. Spiegate i vostri motivi e ascoltate quelli dell’altro. Se nessuno dei due vuole cedere di un millimetro, cercate di arrivare almeno a un compromesso. Sappiate che prima o poi il bambino crescerà e vedrà quelle foto. Cosa dirà quando si vedrà vestito come un Baby George?

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Padrino e madrina. Anche qui, la questione si fa spinosa quando si mettono in mezzo le famiglie. Riguardo alla scelta, come anche per quella dei testimoni al momento delle nozze, esistono due scuole di pensiero differenti. La prima vuole che si scelgano parenti o amici molto stretti pur non essendo magari tipi religiosi. La seconda scuola preferisce scegliere persone che si ritengono spiritualmente valide per il compito che stanno prendendo. Personalmente, trovo importantissimo il ruolo del padrino e della madrina, quindi propendo per la seconda opzione. Con questo non voglio dire che la cugina o il fratello o chicchessia non siano spiritualmente validi per fare i padrini! Credo che un buon punto da cui partire per scegliere il padrino e la madrina sia chiedersi: qual è il significato di questo ruolo? E che significato voglio che abbia nella vita di mio figlio?

Chi invitare? Anche su questo punto ci sono differenti scuole di pensiero. C’è chi preferisce fare una cerimonia raccolta, chi invece vuole che anche il meccanico con cui avete scambiato giusto quattro parole sia presente. La regola è sempre la stessa: cercate un buon compromesso con il vostro partner. Il Battesimo non è un matrimonio, quindi potete invitare più persone senza rischiare di andare in bancarotta. L’essenziale è vivere fino in fondo quest’importante momento della vita di vostro figlio. Perciò, se ci tenete a condividerlo con più persone possibili, non badate a restrizioni.

Dresscode. Ma come… è un battesimo e c’è un dresscode? Nì. Non siamo ai livelli dei matrimoni, però non vi potete neanche presentare come se andaste alla sagra della frittella (con tutto il rispetto per le frittelle). Cercate di far capire agli invitati che la cerimonia si svolgerà in una chiesa. Ergo, NO a minigonne, bermuda, ciabatte, schiene scoperte, decolleté in vista e chi più ne ha più ne metta. Non penso che Gesù si offenda per un paio di gambe scoperte, ma io sì e se i miei invitati si presentano come se dovessero andare a fare l’aperitivo in spiaggia, li spedisco a raccogliere fragole in Lapponia. Tanto per intenderci: jeans e polo/camicia ok; havaianas NO (o, meglio, ti-uccido-solo-se-ci-provi). Se organizzate, ditelo; se siete invitati, capitelo. Genitori, non sentitevi a disagio a dire “vedi di regolarti” al vostro amico del liceo che mette solo magliette di Marylin Manson da quando ha sedici anni. Qui non si tratta di impedire la libera espressione, ma di ricordare che ci sono contesti e contesti. A volte queste nozioni basilari sfuggono…

Le foto. I ricordi sono i gioielli più preziosi nella vita di un uomo. Ti rammentano ciò che sei stato e quello che hai provato. Quindi, anche in un’occasione del genere le fotografie sono (quasi) d’obbligo. Potete affidarvi a un professionista, oppure portare la vostra macchinetta. Il solo consiglio che mi sento di darvi è di non passare la giornata a scattare foto. Cercate di delegare il compito a un invitato, altrimenti rischiate di non vivere appieno il momento.

No alcol. Se non organizzate il classico pranzo o la classica cena tra intimi, ma avete pensato a un rinfresco per tutti gli invitati, vi sconsiglio vivamente di servire alcolici. Questo per ragioni mooolto pratiche: 1) se fate la festa nei locali parrocchiali, sicuramente non ci sarà un frigo e il vino o la birra caldi fanno schifo forse più degli invitati con le havaianas; 2) sebbene ai matrimoni gli ospiti alticci siano simpatici, non lo sono ai battesimi.

Il rito. “Sono un genitore che vuole battezzare il figlio, ma non frequento molto la chiesa”. Mmmh, ok. Ci sono persone che non vanno tutte le domeniche a messa, eppure reputano importante che il figlio venga battezzato. Per far fronte a questa esigenza, i parroci organizzano mini-corsi che introducono i genitori e i padrini a questo sacramento. A cosa serve? Per esempio, a evitare che durante il rito alla domanda “cosa chiedete per vostro figlio?” i genitori sappiano rispondere correttamente (= “il battesimo”) e non cose a caso tipo “la felicità”. Detta così sembra una battuta, ma è capitato! Un po’ come quando mia mamma ha cercato di accendere il cero battesimale con l’accendino per le sigarette… stendiamo un velo pietoso!

E voi cosa ne pensate? Quali sono le situazioni che non vorreste mai vivere durante la preparazione di un battesimo?

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Alla prossima 😉

 

9 tipi che incontrerai a ogni matrimonio

Quale migliore occasione per rientrare dalle vacanze se non un matrimonio?
Ai matrimoni sono tutti felici, dovrebbe essere il giorno più bello della vita di due persone, perciò si beve, si festeggia, si danza e si sta in compagnia. A queste occasioni partecipa una gamma eterogenea di individui che mette in risalto la policromia del genere umano. Tra queste, vi sono alcune persone che rappresentano i must di ogni matrimonio che si rispetti. Questa settimana io e m. siamo andati a un matrimonio e abbiamo stilato la lista delle 9 specie di animali da cerimonie più comuni.

1. La migliore amica della sposa. A volte possono essere anche più d’una. La/le riconosci perché in questo giorno sono raggianti, si aggirano come pulcini intorno alla sposa e cercano di farla stare più a suo agio possibile. Sono lì se ha bisogno di aiuto, in Chiesa si beccano le occhiatacce del prete perché mentre celebra sistemano il velo della sposa alzandosi ogni 10 minuti, aiutano la protagonista della festa a fare pipì (avete mai provato ad andare al bagno con un abito da sposa? Dovrebbero renderlo uno sport olimpico). In quel giorno si trasformano in veri e propri angeli custodi ed è così che appaiono a tutti.

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2. Il miglior amico dello sposo. Solitamente è anche il testimone. Trasuda contentezza e sicurezza da tutti i pori. In realtà, prima della cerimonia è più teso dello sposo. Al momento delle firme farà la classica battuta “Sposo, sei sicuro? Posso anche non firmare…”, ma sotto sotto adora la moglie del suo migliore amico e darebbe la vita per vederli felici. Scorrono fiumi di alcol ed è lui che li versa (e li beve).

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3. Il dandy. Esistono due tipi di dandy: quello che appartiene al lato chiaro della forza e quello che invece fa parte del lato oscuro. Il dandy-jedi (lato chiaro, per i non addetti) è il tipo più originale della festa. Indossa un capo d’abbigliamento particolare, si presenta come sagace e spiritoso. Può non piacere a tutti, ma il suo modo di fare e la sua eleganza vi conquisteranno quasi sicuramente. Il dandy-sith (lato oscuro, ahimè) è il classico invitato che si sente diverso dagli altri e fa di tutto per sottolinearlo. Trasuda stile come il dandy-jedi, senza però avere la stessa signorilità. Non si sa bene chi lo abbia invitato, sta di fatto che spesso c’è.

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4. Quello che non ride mai. Non lo fa apposta, ma è l’incubo di tutti i wedding book maker. Bisogna inserirlo nel fotolibro dei ricordi, ma non c’è una dannata foto in cui venga sorridente. Non si capisce se è un problema di tempistica dello scatto o se il pessimismo cosmico leopardiano lo colga soltanto al momento del clic. Lui si sforza sul serio, ce la mette tutta! Quando viene urlato “Cheese!!!”, si sentono i muscoli della mascella contrarsi sotto lo sforzo erculeo di sfoderare un sorriso… eppure nessuno l’ha mai immortalato mentre ride. Forza soprannaturale? Mistero arcano? I complottisti sostengono che sia colpa delle scie chimiche.

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5. I genitori con bambini. Sono quelli a cui andrebbe dato un trofeo. Li vedi passare la maggior parte del matrimonio a correre da una parte all’altra cercando di trattenere ragazzini urlanti. Dicono che si sopravvive a questa fase… sta di fatto che molti single preferirebbero votarsi all’autoestinzione pur di non trovarsi nella stessa situazione.

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6. La Venere di Milo. E’ la versione femminile del dark-dandy. Non è un’amica della sposa, perché difficilmente questa ragazza ha amiche. Ha l’ego di Belen Rodriguez senza avere la simpatia di Michelle Hunziker. Può capitare che questa soggetta si vesta di bianco o di un colore talmente chiaro da essere al limite dell’esagerazione. Questo accade perché non crede di partecipare a un matrimonio, non gliene frega nulla che sia il giorno più importante della sposa, lei è a un evento sociale, quindi DEVE essere la più figa. Probabilmente non si accorge di essere imbarazzante come solo una cliente di Enzo Miccio a “ma come ti vesti?” può esserlo. A loro discolpa si può solo dire che nessuno gli ha mai fatto notare che non sono le sole Jane in un mondo fatto di Tarzanesse.

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7. Gli scatenati. Sono l’anima della festa. Spesso sono in coppia, altre volte si muovono da soli. Appena parte la musica si gettano sulla pista e iniziano a scatenarsi come danzatori voodoo. Fanno un grande servizio agli sposi e agli invitati perché rompono l’imbarazzo del primo ballo e danno inizio ai divertimenti. Sono immancabili e preziosissimi.

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8. Il socialnetworkaro. “Guarda, sta entrando la sposa!” “Sì, sì, lo vedo dal telefono”. Non importa se la sposa ha assunto due fotografi, un videomaker, la troupe cinematografica di Peter Jackson, ci sarà sempre il social-dipendente che posterà in diretta facebook l’entrata della sposa in chiesa e che passerà l’intera serata a scattarsi selfie con gli invitati. Il socialnetworkaro ingorga le sue pagine di foto della festa come se si trovasse al matrimonio dei Ferragnez. Ha un lato positivo incontrovertibile: il giorno dopo sarà l’unico a mandare un reportage completo agli sposi, che altrimenti dovranno aspettare almeno un paio di mesi per vedersi insieme al momento del sì.

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9. Sulla stessa scia del precedente, si distingue il fotografo amatoriale che, munito della sua Nikon pagata un botto di soldi, si divertirà a immortalare l’evento. Il difetto di questo personaggio è che viene scambiato spesso per il fotografo ufficiale, perciò nelle foto di gruppo molti guarderanno nella sua direzione piuttosto che in quella corretta. Il risultato, dunque, non è sempre ottimale, ma qualche scatto originale del fotografo amatoriale conquisterà gli sposi.

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La lista finisce qui. Avremmo potuto inserire il numero 10, ma ognuno di voi avrà sicuramente un tipo da matrimonio da aggiungere per completare il party.

Alla prossima! 😉

Mamme si diventa #5 I 5 miti da sfatare riguardo alla genitorialità

Il mondo dei genitori è circondato dal mistero. Non è sicuramente una circostanza voluta, ma sembra quasi che si viva in due universi distinti. Diventare genitori ti autorizza a entrare nel privé della genitorialità e apre le porte a quelle che fino a poco tempo prima sembravano pratiche esoteriche. Io e M. (=Marito) “ci siamo dentro” da quasi due mesi e ci sono un paio di cosette che ci sentiamo in dovere di far sapere a chi è in procinto di diventare genitore oppure ha solo la curiosità di accedere a questo mondo mitico (“mitico” in tutte le accezioni che il vocabolario Treccani fornisce). Troppo spesso ci siamo sentiti ripetere frasi che, una volta arrivata A., abbiamo scoperto essere delle vere cavolate. Ecco i nostri 5 miti da sfatare riguardo all’essere genitori.

Homer e Marge Simpson nella serie tv (2012 TCFFC)

1. La vostra vita non sarà più come prima. Questa è una mezza verità. Come tutti i grandi avvenimenti nella vita, ti cambiano fintanto che tu gli permetti di cambiarti. Chi dice che ora non ha più tempo per fare quello che ama è probabile che menta o non sappia organizzarsi. E’ vero, non potrai più fare TUTTO quello che facevi prima di avere un figlio, ma se hai una passione e riesci a gestire bene il tuo tempo e quello del bambino (e se sei anche aiutato da chi ti sta intorno), puoi riuscire a far combaciare entrambi gli aspetti. [Nonostante la gravidanza, sono riuscita a dare tre esami a giugno e ne darò uno a settembre. Certo, è stato faticoso e non ho preteso di raggiungere i livelli di concentrazione pre-parto, ma ho portato avanti i miei progetti e sono felicissima di averlo fatto.]

2. La vostra vita sarà esattamente come prima. Abbiamo sentito anche questa frase, anche se meno spesso della precedente. Ecco, prima di avere un figlio non ci permettevamo di entrare in merito a quest’affermazione, nonostante nutrissimo i nostri dubbi… ora che siamo mamma e papà possiamo dire che chi la pensa esattamente in questo modo non sta facendo il genitore oppure ha qualcuno che lo sta facendo al posto suo. Diciamocelo, com’è possibile che riusciate ad andare tutti i weekend a ballare? Tre volte a settimana palestra, due volte yoga, poi la notte ci pensa la mamma o la nonna, il sabato sera con gli amici, la domenica a calcetto, e il lunedì il vostro bebè alza la cornetta e chiama il telefono azzurro. Perché alla fine o diventa Jack lo Squartatore o si fa ricoverare per i complessi d’abbandono che gli fate venire. [Ok, va bene, è necessario ritagliarsi del tempo per sé, ma – come si dice a Roma – fino a una certa. Avete un figlio, non vi siete fatti un gatto o un pesce rosso.]

3. E’ chiaro che il rapporto principale sarà quello con la madre. Non si sa quante volte mi hanno ripetuto questo discorso. A dirlo erano sia uomini sia donne. Non intendo fare la femminista, ma penso che questo assunto sia veramente frutto di un retaggio culturale vecchio di almeno un secolo. Prendiamo come esempio A.: l’abbiamo concepita insieme; durante la gravidanza, M. si è incaricato di fare da solo tutto quello che prima facevamo insieme o facevo io; nel momento del parto, M. non mi ha lasciata sola un secondo. In che modo A. è legata più a me che a lui? Qualcuno mi ha risposto che il legame si crea anche per via dell’allattamento. Benissimo, ho risposto, per questo mi tiro il latte e lascio che M. la allatti quanto lo faccio io. Papà, non fatevi influenzare da queste voci: il vostro ruolo è fondamentale ed è importante fin dalla nascita, perciò non rinunciate al rapporto con i vostri figli pensando che “a pelle” preferiscano la mamma. E voi, mamme, se avete la fortuna di avere accanto uomini meravigliosi che vogliono fare i papà, permetteteglielo, rinunciate a essere presenti e regalate al bambino e al papà del tempo esclusivo da trascorrere insieme. [D’altronde voi avete un vantaggio di 9 mesi da fargli recuperare. 😉 ]

4. Scordatevi il romanticismo, i figli diventeranno il centro della vostra esistenza. Questo, più che un mito da sfatare, è un pericolo da evitare. Quando i bambini sono piccoli piccoli viene spontaneo stargli sempre vicino, coccolarli, prendersene cura… poi diventano grandi e pretendono mille attenzioni. Il risultato è che, se mamma e papà non sono in grado di porre un freno, finiranno per non avere più tempo o spazio per loro stessi. Intendiamoci, ognuno può far quello che gli pare, purché poi non ve ne lamentiate con gli amici o con i parenti. “Sono tre anni che non vado a cena fuori con mio marito”, “Io e mia moglie non riusciamo ad avere un attimo di intimità da mesi”… però quando capita l’occasione sono i primi a non voler mollare la presa sui figli. Conoscendomi, so che quando mi preoccupo divento un accollo spropositato. Per questo motivo, io e M. ci siamo promessi di ricordarci sempre che la persona a cui abbiamo giurato amore eterno non è A. Già dopo poco tempo dalla nascita, abbiamo cercato di ritagliarci almeno una sera a settimana per stare da soli. Non sarà molto, ma ci aiuta a consolidare il nostro ménage. [Su questo argomento penso di scrivere un post approfondito più avanti]

5. Viene tutto molto spontaneo e naturale.Dulcis in fundo, il mito numero uno, il più temuto dalle madri inesperte come me: essere genitori è l’esperienza più naturale del mondo. Questo vuol dire che se in voi non ci sono genitori pancini, non siete fatti per avere figli. Beh, vi confesso una cosa: prima di avere A., credevo di essere l’ultima persona al mondo a poter diventare una mamma. No, essere genitori non è naturale. O almeno, non lo è più. Non si nasce più “genitori”. Anzi, oggi è persino difficile ritagliarsi un ruolo diverso da quello di figli. Ci consideriamo e siamo considerati eterni bambinoni. Non credete a chi vi dice che viene tutto spontaneo. Viviamo in un mondo in cui nulla è più spontaneo, neanche l’insalata. Perciò, se pensate di non essere un granché come genitori, non spaventatevi, non fatevi venire i complessi. Essere genitori è un’arte e, come tutte le arti, è solo marginalmente spontanea. Ci vuole tanto impegno e umiltà, un cuore disposto a imparare ad amare e molta pazienza con se stessi. L’ho già detto altre volte? Forse. D’altronde è lo slogan di questa rubrica: genitori si diventa!

Questi sono i nostri 5 miti da sfatare, ma scommettiamo che ce ne sono moltissimi altri. A voi ne viene in mente qualcuno?

Alla prossima 🙂

Autori con la sindrome di Rowling. Quando il protagonista non c’è

Durante l’ultimo periodo della gravidanza ho letto l’intero Ciclo dell’Eredità di Christopher Paolini, meglio conosciuto come la saga di Eragon. Il commento in questione non è una recensione simpliciter. Ciò che vorrei condividere è il fatto che, dopo quattro romanzi (peraltro lunghissimi e, per la maggior parte delle pagine, inutili), ancora non capisco perché Eragon sia considerato il protagonista. Siamo di fronte all’ennesimo caso di sindrome di Rowling, così ribattezzata dalla sottoscritta perché Harry Potter è il classico esempio in cui, in un romanzo, O G N I singolo personaggio secondario risulta letterariamente più interessante del protagonista.

La sindrome di Rowling è uno stato patologico in cui l’autore non può far a meno di rendere insopportabile il protagonista, tanto da suscitare un certo astio anche nel lettore più tassorosso che ci sia. Non tutti hanno questa particolare dote: qualcuno di voi ha mai tifato per Mondego leggendo il Conte di Montecristo? O per Creonte, invece che per Antigone? No. Perché Edmond Dantès e Antigone sono dei dannati protagonisti e il lettore si rispecchia in loro o ne prende le parti. Allora perché in alcuni libri accade il contrario? Provo a dare una risposta.

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Il protagonista dev’essere un personaggio credibile. In realtà, tutti i personaggi devono essere credibili, ma con il protagonista la storia è diversa. Anche se un autore non ha intenzione di descrivere la classica lotta tra Bene e Male, tra eroi e tiranni, il protagonista deve necessariamente avere “un qualcosa in più”. Il carattere, che va definito con estrema accuratezza fin dall’inizio della scrittura, deve essere eroico a suo modo. Si tratta di far emergere quelle caratteristiche che lo rendono diverso dagli altri, migliore in termini di interesse letterario. Il lettore, in questo caso, empatizza con il protagonista non tanto perché si rivede caratterialmente in lui, ma rispecchia se stesso in ciò che il personaggio vive o gli capita. (Anche se non siamo nani alla ricerca dell’oro di Erebor o mezzuomini pesaculo, chiunque ha letto lo Hobbit ha patito con Thor il suo desiderio di riconquistare la montagna o ha sperato con Bilbo di tornare a casa). Purtroppo, la moda degli ultimi anni in casa fantasy è quella di creare protagonisti vuoti, in cui qualsiasi lettore possa tecnicamente rispecchiarsi ma che in sostanza non ha nulla di credibile. L’esempio lampante di personaggio vuoto è Bella Swan di Twilight. Insomma, anche il criceto di mia nonna è dotato di più intelligenza e personalità di Bella Swan. Un character del genere è commercialmente molto utile, perché il lettore medio si sente rassicurato e può facilmente “sostituirsi” al protagonista, ma gli autori dovrebbero aspirare a vendere un prodotto o a creare un capolavoro?

Inoltre, deve avere un carattere ben delineato. “Il suo nome è Nessuno”. No, non è una citazione dall’Odissea, ma l’odissea del lettore di fronte a certi protagonisti. Nessuna motivazione, caratterizzazione zero, boe fluttuanti nel vasto mare della narrazione, alcuni personaggi principali hanno il peso scenico di Kate Moss. Perché? A mio avviso, molti romanzi fantasy vengono scritti con l’ottica di un’automimesi dell’autore/autrice. Difficilmente si è in grado di analizzare se stessi, mettendo in luce pregi e difetti, desideri e paure, senza essere eccessivamente coinvolti. Questo comporta una caratterizzazione confusa, a volte paradossale, in cui il personaggio accoglie in sé le contraddizioni dell’autore senza fornire al lettore un punto di vista chiaro con cui interpretarlo. Facciamo un esempio:
Autrice: “Ciao, mi chiamo Stephanie e sogno una storia d’amore con un vampiro ricco, bello, vegano e con un cuore d’oro”.
Editor: “Ehm, okay… qual è il motore dell’azione? C’è forse l’impulso a scandagliare le profondità del desiderio umano costantemente in bilico tra il cielo e l’abisso?”
Autrice: “No, non hai capito. Voglio raccontare una storia d’amore di una come me con un vampiro ricco, bello, vegano e con un cuore d’oro.”
[Per chi non avesse capito, questa è la ricostruzione ipotetica della nascita di Twilight]
…ma ognuno di noi avrà qualche altro esempio in mente.

Il protagonista deve avere un arco di sviluppo. Se un personaggio non compie un percorso, ha lo spessore letterario di un pacchetto di patatine light. Eppure capita assai spesso di imbattersi in protagonisti che restano uguali, o quasi, dall’inizio alla fine della storia. Le alternative sono due: o il protagonista è un monaco nepalese che ha raggiunto la massima illuminazione possibile, oppure c’è qualcosa che non va. Purtroppo nel fantasy (e nella fantascienza, ahimè), gli autori tendono a prediligere l’intreccio all’approfondimento psicologico. Colpa forse della necessità del genere, in cui grosso peso ha l’ambientazione, sta di fatto che in molti romanzi fantastici i personaggi risultano statici e noiosi. E qui si ritorna a Eragon… il quale, devo essere sincera, sembra percorrere un arco di involuzione piuttosto che di evoluzione: nell’ultimo romanzo della tetralogia, il giovane cavaliere dei draghi arriva a pensare e ad agire con la lucidità mentale di un undicenne; mentre, nel primo romanzo, arrivava a fare scelte più o meno mature per un sedicenne.

Possono esserci personaggi interessanti, ma il più interessante dovrebbe essere lui. Eh, sì! Se Watson fosse stato più interessante di Sherlock, sarebbe stato lui il protagonista, no? Va bene, Moriarty è un figo. Ci sta. Si chiama “fascino del cattivo ragazzo” ed è il motivo per cui molti villain ci piacciono più degli eroi. Ma l’antagonista deve essere la nemesi del personaggio principale, quindi la legge del “da grandi heroes derivano grandi cattivi” (formula inventata sul momento! NdA) è accettabile. Il problema si presenta quando persino lo-zio-del-nipote-della-locandiera-del-villaggio-confinante-con-quello-del-protagonista risulta un personaggio più avvincente di lui. E qui come non citare il nostro maghetto non-preferito?! Caspita, la Rowling ha battuto un record storico: in sette libri non è riuscita a creare un personaggio meno interessante di Harry Potter. Insomma, il ragazzo che è sopravvissuto a Voldemort è persino più noioso del gufo sfigato della famiglia Weasley. Quindi, autori miei, sì a creare antagonisti con i contro-caSCHi, ma sforzatevi anche per quel povero protagonista!

Buoni esempi di caratterizzazione del protagonista. Date che a me piace il lieto fine, non posso lasciarvi con l’amaro in bocca. Di seguito trovate una serie di opere viste o lette recentemente, i cui protagonisti sono personaggi effettivamente ben riusciti.
Romanzo: Jane Eyre di Charlotte Brontë
[Esempio di romanzo in cui la profondità dei personaggi emerge e tiene incollato il lettore alla pagina senza bisogno di intrecci rocamboleschi]
Serie tv: The Following di Kevin Williamson
[Serie molto cruenta, di qualità discutibile nella seconda stagione, ma con un protagonista e un cattivo epici]
Film: Fury di David Ayer
[Solitamente non amo i film di guerra, ma in questo piccolo gioiello ogni personaggio è descritto con grazia e autenticità]

Quali sono i vostri protagonisti preferiti? E quelli che vi sono piaciuti un po’ meno?

Mamme si diventa #4 Genitori e insonnia

Giorno di insonnia numero ventitré.

La tortura procede, ma M. e io continuiamo a tener duro. Se Frodo e Sam sono riusciti ad arrivare a Mordor, noi riusciremo a sopravvivere a questo. I genitori con più anzianità rispetto alla nostra continuano a dirci che i primi tempi sono durissimi, ma che poi ci si abitua. Sarà… sta di fatto che questa nuova vita ci sta mettendo alla prova.

All’inizio (forse il primo giorno, ma non ne sono del tutto sicura), eravamo felici di svegliarci per precipitarci dalla piccola A. e sfamarla. Poi (il secondo giorno) è iniziata a diventare difficile, ma abbiamo garantito le massime prestazioni a ogni poppata/cambio di pannolino. Con il passare dei giorni (dal quarto o quinto giorno), vedendo la stanchezza dell’altro, ci si sacrificava dicendo “non ti preoccupare, ci penso io”. Ma una volta giunti alla piena maturità (una settimana scarsa), la situazione è precipitata: adesso, mentre A. si lamenta e piagnucola, parte la gara a chi fa finta di dormire più profondamente nella speranza che l’altro si alzi al posto proprio. E’ una competizione all’ultimo sangue, in cui perde sempre chi ha più senso di responsabilità (solitamente è M., io fingo di essere svenuta o morta… solo che poi la devo comunque allattare, perciò mi tocca alzarmi in un modo o nell’altro).

Senza contare la stanchezza durante il giorno, la casa in condizioni deprimenti (-issime), il frigo vuoto… ogni piccolo problema diventa un ostacolo insormontabile un po’ perché ora lo devi affrontare con un bambino (sfido io ad andare a fare la raccolta differenziata quando a casa sei da sola con la bambina), un po’ perché il non dormire fa calare di tantissimo le prestazioni. Insomma, essere genitori è proprio una faticaccia.

Più passa il tempo e più mi accorgo che, quando la famiglia si allarga, si è obbligati a imparare a morire a se stessi. Dico “obbligati” perché non è scontato che un genitore sia ben disposto a sacrificarsi in questo senso. Sono tutti buoni a desiderare e a fare grandi discorsi sui figli, ma la realtà è tutt’altra storia.

Come durante una corsa si giunge a un momento in cui ci sembra di avere i polmoni in collasso, superato il quale, però, il corpo è in grado di tornare a correre, così anche nei primi tempi dalla nascita di un figlio si può arrivare a quel punto di rottura in cui non ce la facciamo più a mangiare di corsa, a dormire per non più di tre ore di fila, a cercare di calmare un bambino che piange a squarciagola perché vuole mangiare ma la mamma è a fare la sua prima doccia da tre giorni a questa parte.

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Immagine presa da Doodle Diary of a New Mom di Lucy Scott

Come superare questo momento? Innanzittutto, restando uniti come coppia e stringendo i denti insieme; poi, potete provare a seguire questi piccoli accorgimenti che, nel nostro caso, stanno funzionando abbastanza bene.

Se il bambino dorme, tu dormi. La grande verità, che neanche Osho sarebbe riuscito a pensare con così tanta profondità, è semplificabile in tre parola: se dorme, dormi. Non c’è storia che tiene, fregatene della casa da sistemare, fregatene del libro che stai leggendo o della vicina che ti ha scritto se può venire a prendere un caffè. Se hai sonno e miracolosamente il bambino dorme, tu poggiati ovunque sia possibile e dormi. Che si tratti di dieci minuti o un’ora, quel riposo ti farà bene.

Se siete entrambi a casa, alternatevi a fare le cose. Lo so, non tutte hanno sposato Mrs. Doubtfire, ma è importante che il partner collabori nella gestione del bambino. Di solito, i maschietti tirano fuori la questione del lavoro per evitare di alzarsi durante la notte. Se è così, vi consiglierei di ricordare ai papà (senza litigare!) che anche voi state lavorando pur non facendo orario d’ufficio. Io e M., per esempio, stiamo provando a “dividerci la notte”. Visto che sono sempre stata più nottambula di lui, da mezzanotte alle quattro penso io ad A., mentre dalle quattro alle otto è M. che si occupa di cambiare, prendere in braccio se piange o semplicemente affacciarsi alla culla se A. fa qualche verso strano. Pur dovendola allattare, questa divisione permette a entrambi di prendersi almeno quattro ore di riposo sicuro e di non dover stare sempre all’erta. Penso che una strategia del genere sia molto utile alle mamme nei primi mesi in cui sono costrette (bene o male) a passare la maggior parte del giorno con il bambino. Inoltre, questa partecipazione attiva del papà gli permette di stringere subito un bel legame con il piccolo. Durante il giorno, invece, è bello fare le cose insieme: cambiarlo insieme, fargli il bagnetto insieme ecc.

La casa è un casino? Chissenefrega. L’ho già anticipato, ma repetita iuvant. Nelle situazioni d’emergenza (la nascita di un figlio e i suoi primi mesi sono una cavolo di emergenza!), bisogna stabilire delle priorità. La vostra salute mentale mi sembra un buon punto da cui iniziare; quella fisica, un buon punto con cui proseguire. Avete partorito (o assistito alla nascita), adesso state cercando di sopravvivere al cambio di vita più grosso cui siete mai andati incontro… non fatevi venire anche il complesso della massaia! Non deve venire a trovarvi la regina Elisabetta. E, se anche venisse a farvi visita, dovreste sentirvi genitori liberi di dire “non posso far tutto, la casa può aspettare”. Se non avete tempo di stirare, mettetevi vestiti sgualciti. Se non avete tempo di mettere in ordine il salotto, questo non ha mai ucciso nessuno. Se non avete tempo di fare la spesa, chiedete a un parente o a un amico di aiutarvi oppure fate la spesa in internet (oggi le grandi catene di supermercati permettono di farlo). Non lasciate che la cura della casa vi assesti il colpo mortale. Se non vi sentite in grado di gestirla, non fatelo. È comprensibile. E se qualcuno (mamma, suocera o chicchessia) commenta, fatevelo scivolare addosso!

Cercate di prendervi cura di voi stessi (per quanto possibile). Questo è un punto molto importante… se la casa può implodere e voi ve ne potete più o meno fregare, è importante che non abbandoniate la cura di voi stessi. Non parla solo da un punto di vista estetico, ma soprattutto emotivo e psicologico. Facciamo qualche esempio… non sentitevi in colpa a prendervi un’ora per andare a farvi le sopracciglia o per leggere un bel libro. Chiedete al partner o a qualcuno di cui vi fidate di tenere il bimbo e uscite, prendete aria. Se gli avete dato da mangiare, se sapete di avere un paio d’ore di autonomia e se non state morendo di sonno, pensate a ciò che vi piacerebbe fare (da soli o in coppia) e fatelo. I genitori dovrebbero anche ritagliarsi un lasso di tempo per recuperare la loro intimità, magari andando a mangiare fuori o restando semplicemente a casa da solo senza il bambino. Prendere del tempo per se stessi e per la coppia è fondamentale per allentare lo stress.

In presenza del bambino siate sempre calmi e parlate dolcemente. Non dormire, avere la casa in condizioni disastrose, non trovare il tempo di finire di leggere quell’articolo interessante sulla rivista che avete comprato, alternare le proprie giornate tra culla e lavoro, può generare una buona dose di insofferenza. Purtroppo capiterà spesso, l’importante è che davanti al bambino non la mostriate. È ancora troppo piccolo per capire, ma non così stupido per non caRpire. Questa piccola bestiola ha ricettori sensoriali ed emotivi che gli adulti si possono solo sognare: il neonato è in grado di percepire lo stress anche solo dal tono di voce. Siccome è molto sensibile da questo punto di vista, è importante cercare di modulare toni e voci davanti a lui. Percepire agitazione o rabbia lo farà agitare, poi saranno solo cavoli vostri, perché oltre a tutto dovrete anche calmarlo.

Non abbiate paura a essere sinceri con amici e parenti. Se non li volete intorno, diteglielo. Può succedere, non temete di parlarne. Se vi vogliono bene, capiranno. Se non capiscono, non deve essere un problema vostro. Se ne faranno una ragione.

E’ inutile cercare di gestire (e stressarvi) l’ingestibile. Dopo tutto ciò che vi ho detto, questo punto sembrerà ovvio, ma mi piace ripetermi. Questo più che essere un consiglio per i neogenitori, è uno slogan per la vita: basta con questa dannata mania del controllo. Nella vita si possono gestire pochissime cose, di certo non quelle importanti. Non si può gestire la vita, né la morte, tantomeno l’amore o la salute, non si possono gestire le gioie e i dolori, perciò mettetevi l’anima in pace e affrontate le situazioni che verranno con serenità e/o pace del cuore e lucidità mentale.

Cari genitori, questo è tutto quello a cui sono arrivata in questi giorni di insonnia e stanchezza. Spero di non avervi annoiato! Se anche voi state vivendo o avete vissuto questo particolare periodo di vita, mi farebbe piacere leggere la vostra esperienza. E se conoscete qualche trucchetto che utilizzate/avete utilizzato per sopravvivere, condividete!

Alla prossima 😉

Mamme si diventa #3 La soluzione fisiologica, metafora del difficile compito del genitore

Ieri, per la prima volta, sono stata costretta a lavare il naso di A. con la soluzione fisiologica. Un trauma. Immaginate di essere messi sul fasciatoio, dove di solito venite epurati da tutta la sozzura che vi inonda il pannolino, e, invece di essere puliti, immaginate di venire aggrediti da un beccuccio di plastica che rilascia 5ml di acqua nel vostro naso ancora inesperto. Vi possono spiegare fino alla nausea che è per il vostro bene, voi continuerete a piangere come dei forsennati finché non verrete nuovamente presi in braccio e consolati. Nel passaggio tra una narice e l’altra, intenerita dalle lacrimone di A., ho pensato di smettere, ma sapevo che quel naso moccioloso doveva essere lavato, perciò con il cuore piccolo piccolo ho proseguito nel duro compito.

Ecco. In quel preciso momento ho capito che la soluzione fisiologica è qualcosa di più di una semplice soluzione di cloruro di sodio in acqua purificata. E’ una sorta di rito di passaggio per insegnare a ognuno di noi che un genitore non si può limitare a dar da mangiare e a far divertire i propri figli. E’ la metafora di quegli incarichi spiacevoli che il ruolo del genitore spesso richiede. Una spiacevolissima iniziazione al difficile compito dell’essere madre e padre. D’altronde chi ha inventato il nome, forse, lo sapeva già: soluzione= lo sciogliersi, l’esito; fisiologica= normale, naturale.

Analizziamo cosa avviene quando somministriamo la soluzione fisiologica a un neonato.

Solitamente c’è un motivo per cui decidiamo di ricorrervi, non siamo gli aguzzini dei nostri figli e non lo facciamo perché siamo dei pulitori seriali di nasi. Forse è per il muco, forse per le caccole, forse perché nostro figlio ha passato la notte a grufolare con uno dei tre porcellini. Insomma, arriva il momento in cui la soluzione fisiologica sembra l’unico modo per risolvere la situazione.

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Il neonato non capisce cosa sta avvenendo. Non ha mai avuto il raffreddore, non sa neanche cosa significhi, né cosa comporti. Percepisce di stare male, ma non sa come uscirne. Gli unici che possono fare qualcosa sono mamma e papà. Dall’alto della loro inesperienza possono solo cercare di fare il possibile e incrociare le dita perché il loro piccolo stia meglio.

“La soluzione fisiologica è l’unica soluzione” ha detto il pediatra la settimana scorsa. Dunque soluzione fisiologica sia. Con mano tremante ci avviciniamo al neonato, cerchiamo di tranquillizzarlo con qualche carezza e poi, BEM, il tradimento: quella spruzzata nel naso acquisisce i contorni della prima sberla. Forse è per questo che a mamma e papà partono i sensi di colpa come se stessero condannando a morte il bambino. Ci guardiamo, indecisi se smettere, e ci diciamo: “è per il suo bene”. Così continua la serie interminabile di lavaggi nasali nei giorni a venire.

Diciamocelo, non sarà così per il resto della crescita di nostro figlio? Quante volte i nostri genitori hanno fatto qualcosa di incomprensibile ai nostri occhi nascondendosi dietro a un “è per il tuo bene”? Quello che a me da piccola sembrava una dichiarazione di guerra, un dispetto bell’e buono fatto per cattiveria gratuita, ieri l’ho rivissuto sulla pelle di A. e mi sono accorta che a volte un genitore non può far altro che somministrare la soluzione fisiologica. Ogni età, ogni situazione, ha una sua soluzione fisiologica e molto probabilmente ai genitori non fa piacere doverla utilizzare, ma non può fare altrimenti senza correre il rischio di far peggiorare la situazione o di non guarirla affatto.

Al solo pensiero che io e M. dovremo provare di nuovo quella sensazione mi sento male. Ma che si può fare? In futuro, A. avrà tantissime volte il naso tappato (metaforicamente parlando) e a noi toccherà sciacquarglielo con la spiacevole ma necessaria soluzione fisiologica (metaforicamente parlando).

Fortunatamente, per ora, dopo ogni lavaggio A. non vede l’ora di farsi prendere in braccio e di farsi riempire di coccole. Così in quegli abbracci io e M. possiamo farci perdonare per le lacrimone che siamo stati costretti a farle versare per il suo bene. Speriamo che anche in futuro ci permetterà di continuare a farlo.

Alla prossima 😉