Mamme si diventa #3 La soluzione fisiologica, metafora del difficile compito del genitore

Ieri, per la prima volta, sono stata costretta a lavare il naso di A. con la soluzione fisiologica. Un trauma. Immaginate di essere messi sul fasciatoio, dove di solito venite epurati da tutta la sozzura che vi inonda il pannolino, e, invece di essere puliti, immaginate di venire aggrediti da un beccuccio di plastica che rilascia 5ml di acqua nel vostro naso ancora inesperto. Vi possono spiegare fino alla nausea che è per il vostro bene, voi continuerete a piangere come dei forsennati finché non verrete nuovamente presi in braccio e consolati. Nel passaggio tra una narice e l’altra, intenerita dalle lacrimone di A., ho pensato di smettere, ma sapevo che quel naso moccioloso doveva essere lavato, perciò con il cuore piccolo piccolo ho proseguito nel duro compito.

Ecco. In quel preciso momento ho capito che la soluzione fisiologica è qualcosa di più di una semplice soluzione di cloruro di sodio in acqua purificata. E’ una sorta di rito di passaggio per insegnare a ognuno di noi che un genitore non si può limitare a dar da mangiare e a far divertire i propri figli. E’ la metafora di quegli incarichi spiacevoli che il ruolo del genitore spesso richiede. Una spiacevolissima iniziazione al difficile compito dell’essere madre e padre. D’altronde chi ha inventato il nome, forse, lo sapeva già: soluzione= lo sciogliersi, l’esito; fisiologica= normale, naturale.

Analizziamo cosa avviene quando somministriamo la soluzione fisiologica a un neonato.

Solitamente c’è un motivo per cui decidiamo di ricorrervi, non siamo gli aguzzini dei nostri figli e non lo facciamo perché siamo dei pulitori seriali di nasi. Forse è per il muco, forse per le caccole, forse perché nostro figlio ha passato la notte a grufolare con uno dei tre porcellini. Insomma, arriva il momento in cui la soluzione fisiologica sembra l’unico modo per risolvere la situazione.

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Il neonato non capisce cosa sta avvenendo. Non ha mai avuto il raffreddore, non sa neanche cosa significhi, né cosa comporti. Percepisce di stare male, ma non sa come uscirne. Gli unici che possono fare qualcosa sono mamma e papà. Dall’alto della loro inesperienza possono solo cercare di fare il possibile e incrociare le dita perché il loro piccolo stia meglio.

“La soluzione fisiologica è l’unica soluzione” ha detto il pediatra la settimana scorsa. Dunque soluzione fisiologica sia. Con mano tremante ci avviciniamo al neonato, cerchiamo di tranquillizzarlo con qualche carezza e poi, BEM, il tradimento: quella spruzzata nel naso acquisisce i contorni della prima sberla. Forse è per questo che a mamma e papà partono i sensi di colpa come se stessero condannando a morte il bambino. Ci guardiamo, indecisi se smettere, e ci diciamo: “è per il suo bene”. Così continua la serie interminabile di lavaggi nasali nei giorni a venire.

Diciamocelo, non sarà così per il resto della crescita di nostro figlio? Quante volte i nostri genitori hanno fatto qualcosa di incomprensibile ai nostri occhi nascondendosi dietro a un “è per il tuo bene”? Quello che a me da piccola sembrava una dichiarazione di guerra, un dispetto bell’e buono fatto per cattiveria gratuita, ieri l’ho rivissuto sulla pelle di A. e mi sono accorta che a volte un genitore non può far altro che somministrare la soluzione fisiologica. Ogni età, ogni situazione, ha una sua soluzione fisiologica e molto probabilmente ai genitori non fa piacere doverla utilizzare, ma non può fare altrimenti senza correre il rischio di far peggiorare la situazione o di non guarirla affatto.

Al solo pensiero che io e M. dovremo provare di nuovo quella sensazione mi sento male. Ma che si può fare? In futuro, A. avrà tantissime volte il naso tappato (metaforicamente parlando) e a noi toccherà sciacquarglielo con la spiacevole ma necessaria soluzione fisiologica (metaforicamente parlando).

Fortunatamente, per ora, dopo ogni lavaggio A. non vede l’ora di farsi prendere in braccio e di farsi riempire di coccole. Così in quegli abbracci io e M. possiamo farci perdonare per le lacrimone che siamo stati costretti a farle versare per il suo bene. Speriamo che anche in futuro ci permetterà di continuare a farlo.

Alla prossima 😉

Mamme si diventa #2 Come sopravvivere all’imbarazzo da allattamento

Doveva succedere, ne ero certa. E’ successo oggi e nella maniera più imbarazzante possibile. Doveva succedere e per fortuna è successo. Mi sono tolta il cerotto. Ecco il resoconto di come sono sopravvissuta a uno dei momenti più imbarazzanti per una neo-mamma…

Sono le 12. Ho approfittato del brutto tempo per farmi una passeggiata con A. senza morire di caldo. Mi barcameno tra le macchine in doppiafila, i sanpietrini, i marciapiedi dissestati e la folla oceanica di turisti, quando comincio ad avvertire una sottile famina. In breve tempo, la sensazione allo stomaco si trasforma in un vorace minotauro. Devo fare qualcosa. Pizza? No, meglio di no. Dolcetto? Mmh, preferirei il salato. Mi viene un’idea. Sabato al supermercato ho visto un prosciutto bellissimo, di quelli magri magri, asciutti, salati da far paura. Inizia il dialogo interiore tra la pancia e il cervello:

Pancia: Dai, il supermercato è qua vicino. Se ci sbrighiamo, ce la possiamo fare.
Cervello: Non saprei… è già un bel po’ che siamo in giro. Ci ha detto bene che A. non si è ancora svegliata.
Pancia: Vedrai che non si sveglia. Così compriamo anche la frutta: M. (=marito) ha detto che abbiamo finito tutto. Vuoi pranzare senza frutta? Sai che a Silvia piace concludere il pasto con qualche ciliegia.
Cervello: In effetti la frutta fa anche bene. Vabbè, sbrighiamoci e andiamo.
*da notare quanto il mio cervello sia facilmente manipolabile quando si tratta di cibo*

Giunti al supermercato inizia la corsa. Prendo il numerino. Per sottolineare la mia fretta, scandisco i movimenti dell’addetto al banco del fresco battendo il piede. Mi precipito al reparto pane perchè, nel frattempo, cervello e pancia si sono ricordati che abbiamo finito anche quello. Giunta all’ultimo passaggio, mi accingo a scegliere quali albicocche e quante ciliegie comprare, quando un sommesso gorgogliare infantile si leva dalla carrozzina

Pancia: Oh, no! E’ finita!!!
Cervello: Aspetta, c’è ancora qualche possibilità.

Cervello mi suggerisce di intrattenere A. con tutte le smorfie, i gesti e le espressioni verbali più improponibili (ma che ai bambini piacciono tanto). Assomiglio a una piccola scimmietta, tuttavia questo non pare bastare ad A. Strilla sempre più forte. Si porta una mano alla bocca e con gli occhi spalancati comincia a piangere e a ciucciare. Non soddisfatta, si infila anche l’altra mano in bocca. Comincio a pentirmi e a odiare pancia e cervello per avermi suggerito e permesso di arrivare fino al supermercato, sapendo che in una situazione del genere mi sarebbe stato impossibile tornare subito a casa. D’altronde non posso neanche lasciar piangere A. per 20 minuti di fila e far finta di nulla. I neonati hanno un solo modo per esprimere i propri bisogni e, se tramite il pianto non si sentono ascoltati, è ovvio che una situazione del genere gli possa causare molto stress. Quindi di ignorarla non se ne parla. Che fare?

L’idea arriva. Arriva con tutto il suo imbarazzo, ma anche con la concretezza che sia l’unica cosa da fare. Devo allattarla. Abbandono il cestino con la spesa, prendo la carrozzina e mi appropinquo verso le casse. Superate queste, sulla sinistra, c’è l’ufficio dell’amministrazione en plein air. E’ un buon punto dove fermarsi. In amministrazione c’è un solo ragazzo intento a guardare il telefono, tutt’intorno ci sono diversi scatoloni buttati per terra, la cassa direttamente di fronte è chiusa e se mi apposto rivolta verso il muro c’è una buona probabilità di passare quasi inosservata.

Seh, nei tuoi sogni! A meno che il supermercato non sia pieno di amanti delle spiagge nudiste, una ragazza che si slaccia la camicia, si sfila il reggiseno e inizia ad allattare una bambina NON passerà mai inosservata. Anche se per evitare di essere indiscreta si è coperta il più possibile con una copertina, anche se in teoria è rivolta verso il muro, anche se si sforza di tenere la testa bassa e di nascondersi dietro alla carrozzina. Non c’è modo: una donna che allatta attira molti più sguardi di una ragazza che va in giro con la minigonna giro-pancreas.

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Che dirvi? In realtà, gli sguardi più affettuosi li ricevo da diverse signore anziane e da un vecchietto incurvito che cerca di rassicurarmi dicendo che se papa Francesco si augura che le mamme allattino in chiesa, perchè non posso farlo anche al supermercato? Non ha tutti i torti, ma il mondo oggi gira in maniera strana.

Mentre il signore mi parla del papa, il mio sguardo si allunga verso la cassiera che, a dieci metri di distanza,ha appena finito di fare il conto a due anziane tutte prese a osservarmi ridendo. Lei, una donna di una quarantina d’anni, mi fissa con palese disgusto: la schiena rigida sullo schienale dello sgabello, i capelli tenuti in precario ordine da un mollettone penzolante e le labbra a forma di ferro di cavallo reclinate verso il pavimento. Accompagna l’espressione un leggero movimento orizzontale della testa da sinistra verso destra e viceversa (lo stesso che facciamo quando vogliamo mimare un “no”, solo che in questo caso sembra mimare un “che schifo”). Non mi sento in colpa, ma quello sguardo mi mette parecchio a disagio, come se stessi facendo qualcosa di illegale.

Ritorno in punizione con la faccia al muro, cullando A. e dicendole che può impiegare tutto il tempo che le occorre. Tanto ormai chi ha visto, ha visto. Peccato che alcune anziane decidono di coinvolgere anche altre persone, indicandomi e dicendo: “guarda che bella quella signora con il bambino. E’ così piccolo!” Così da una cassa arriviamo a tre interamente concentrate su A. e la mia tetta (sempre più difficile da nascondere, perchè le persone cominciano ad avvicinarsi e a farmi i complimenti e le solite domande: quanto ha? è maschio o femmina? quanto pesa?).

Finalmente il ragazzo dell’amministrazione si accorge di quello che sta succedendo e si sporge a guardarmi. L’ufficio è rialzato, quindi da quell’altezza non c’è lenzuolino che protegga.

Ragazzo: “Ehm, ehm, ehm” abbassa lo sguardo imbarazzato “signora, vuole che l’accompagni in una stanza dove può allattare con tranquillità?”

DEO GRATIAS! Cervello, pancia e dignità cominciano a ballare la conga per il sollievo. Ringrazio il gentile dipendente e mi preparo a seguirlo perchè, conoscendo A., so che non sarà una cosa breve e mi sono già stufata di sentirmi come un babbuino al bioparco.

Sapete qual è la cosa veramente divertente? Pensateci: se persino l’amministrazione non ha un ufficio ma delle semplici scrivanie su un piano semi rialzato del supermercato, in che genere di stanza potranno mai mettermi?! Ebbene, caro tu che leggi, il gentile dipendente mi ha portato nel locale in cui il macellaio smembra le carcasse degli animali e fa le salsicce (per fortuna era tutto vuoto e pulito). A parte i primi momenti di raccappriccio, A. ha gradito la tranquillità dell’ambiente e quindi anche io sono riuscita a rilassarmi. Dopo aver finito la pappa, abbiamo finito la spesa e siamo tornate a casa in tutta calma.

Vabbè, ma la morale della favola? chiederete voi. Eccola: mamme, non vergognatevi ad allattare in pubblico! Troppo spesso sento mamme che si precludono il piacere di uscire per più di due ore per paura di trovarsi in situazioni del genere. Non va bene, dobbiamo riabituare il mondo a considerare normale allattare per strada, al supermercato, all’università, allo stadio, in aeroporto, in chiesa/sinagoga/moschea/tempio. Non stiamo uccidendo nessuno. Ci sarà sempre qualcuno pronto a criticare, qualcuno pronto ad aiutare, qualcuno che semplicemente farà finta di nulla. L’importante è che il mondo non si scordi che non c’è differenza tra il mangiare un pezzo di pizza e allattare al seno e che le persone perdano questo pseudo-pudore che solleva risolini, facce disgustate, battutite davvero insopportabili.

E se l’imbarazzo sembra troppo grande da superare? Prendi un bel respiro e guarda tua/o figlia/o. I bambini sono la trasparenza fatta persona. A loro non importa se puzzi per il sudore, se non ti pettini i capelli da tre giorni, se hai lo smalto sbeccato o se hai messo su troppi chili e vai in giro con il bottone dei pantaloni slacciato. A loro importa l’essenziale. A loro importa sentire l’odore della pelle di mamma e di papà, sentire il battito del loro cuore quando hanno bisogno del contatto fisico e trovare un seno a cui attaccarsi (non gliene pò fregà de meno se è nudo e in bella mostra). Se vostro figlio non si fa problemi, voi non dovete farvi problemi. Nessuno deve darvi il permesso di allattare in pubblico, così come nessuno deve impedirvi di rinunciare a uscire di casa solo perchè situazioni del genere sono ancora tabù. Ricordatevelo e lasciate che l’imbarazzo trovi qualcun altro da importunare.

Alla prossima! 😉

Mamme si diventa #1 Dacci oggi la nostra ansia quotidiana

Dopo una lunga assenza torno sul blog. Stavolta riparto con un paio di progetti, di cui il primo è proprio questo: Mamme si diventa intende essere una rubrica per quelle che, come me, non si sono mai sentite portate per la maternità, ma che hanno imparato/stanno imparando/impareranno a godersi questa bellissima avventura! Buona lettura 🙂


Ebbene eccoci qui.
Mamma da poco più di una settimana e ho già imparato una lezione importante.

Non importa quanto tu possa essere fredda, razionale, emotivo-disordinata, quando ti metteranno quella minuscola (spesso brutta, almeno all’inizio) creaturina tra le mani, il tuo cuore duro, cinico e insensibile si scioglierà come una pralina lindor. Non so se hai presente, ma funziona un po’ come l’Innominato e Lucia.

Chi mi conosce sa che non sono una mamma pancina, che prima di partorire mi divertivo a constatare quanto certe mamme siano ansiose e che me la tiravo dicendo che avrei gestito benissimo la situazione, eppure l’effetto Lucia Mondella è arrivato e m’ha investito in pieno. L’ho avvertito solo con un leggero ritardo rispetto alle altre.

Perciò, il primo post di questa rubrica lo voglio dedicare al sintomo più frequente di mammite acuta post-partum: l’ansia. Mettiamo subito le cose in chiaro: care mamme (o papà), se leggendo quanto segue vi troverete in ciò che dico, mettetevi l’anima in pace, ammettete di essere affetti da questa brutta bestia e… cercate di farvela passare, perchè non fa bene né a voi, né al vostro partner, né al vostro bambino.

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N.B. Questo articolo è a puro scopo ludico e di intrattenimento, pertano non rappresenta la descrizione di un quadro clinico né intende esserlo.

Di cosa stiamo parlando. L’ansia da genitorialità si contraddistingue per i continui e numerosi viaggi mentali verso ogni tipo di disgrazia che può capitare al proprio figlio. Si tratta delle leggi di Murphy decuplicate e applicate alla crescita e alla salute del bambino. Il vostro non è un figlio come tutti gli altri, non può avere un normale sviluppo, è costantemente soggetto alle insidie della natura, pronto a divenire vittima del fato avverso. In Ogni rantolo, lacrima, strilletto, caccola, crosticina o diarrea non vedete un evento fisiologico, ma una disgrazia incombente.

Per coniugare la teoria alla pratica (e per farci quattro risate), faccio qualche esempio delle paranoie che si sono succedute nel corso della prima settimana di vita di mia figlia.

  1. La mattina dopo il parto (ho partorito all’1:34 di notte) era ancora in osservazione e io continuavo a chiedermi “perché è ancora nell’incubatrice? Sta male? Forse ha qualche problema e non vogliono dirmelo”. [Non aveva nessun problema, volevano solo monitorarla per essere sicuri andasse tutto bene visto che il parto non è stato una passeggiata]
  2. Domenica: ha il battito leggermente inferiore alla media, soprattutto durante il sonno.
    Mia reazione: oh-santo-CIELO! Morirà mentre dorme?
    [In realtà è bradicardica, proprio come me e metà della mia famiglia]
  3.  Lunedì: ha dormito molto tempo, troppo tempo. Circa 8h di fila. La puericultrice al telefono mi ha sgridata e mi ha detto che i bambini vanno allattati ogni 3/4h perchè è la loro unica fonte di idratazione. Ovviamente ho passato il resto del giorno a incolparmi perché ho creduto che A. (iniziale nome di mia figlia) stesse per morire disidratata.
    [Nel giro di una giornata ha preso da sola i normali ritmi sonno-veglia]
  4. Martedì:il peso del bambino. Non so voi, ma io e mio marito abbiamo scelto di non comprare la bilancia, sia perchè non volevamo un altro impiccio per casa sia perchè temevamo di finire schiavi del meccanismo “pesala ogni giorno, altrimenti come fai a sapere se cresce bene?”.
    [Cari genitori, dopo questa piccola ansia durata mezza giornata ho stabilito che un bambino che cresce – soprattutto se così piccolo – si vede benissimo. Siamo stati dal pediatra per la visita di controllo post dimissione e A. era cresciuta di parecchio. Quindi, se avete la tentazione di spendere i soldi per comprare la bilancia, DESISTETE. Piuttosto spendeteli per comprare taaanti lenzuolini per il cambio, in un giorno siamo riusciti a cambiarne tre a causa di rigurgiti, pipì, popò e altri incidenti puzzolenti e inaspettati. Al contrario della bilancia, i lenzuolini sono utili, non impicciano e non sono mai abbastanza!]
  5. Mercoledì: il moncone ombelicale. Questo è forse il peggior incubo di ogni neo-mamma che non ha mai avuto a che fare con un bambino piccolo. Questo mozzicone essiccato che penzola dall’ombelico appare come la porta per ogni genere di malattia da terapia intensiva. Non importa quanto il pediatra dell’ospedale o della clinica in cui hai partorito ti tranquillizzi sul fatto che la cura del moncone sia facile e gestibilissima; se – come me – hai qualche lontana zia che a tre giorni dal parto viene a raccontarti di come a suo nipote si è infettato ed è finito al Bambin Gesù per giorni e giorni, anche tu avrai l’ansia fino alla gola.
    [Questa è stata l’ansia più brutta da gestire. E’ durata fino a venerdì, giorno in cui il maledetto moncone è finalmente caduto senza troppi problemi. Dunque, se seguite le indicazioni della clinica sulla cura del moncone, non dovrebbe insorgere alcun problema. Tranquillizzatevi e godetevi la mummificazione del moncone senza troppe paranoie.]
  6. Giovedì: la paura che smetta di respirare mentre dorme. Ammettetelo, almeno una volta anche voi vi siete alzati di notte per controllare che respirasse. [La cosa pazzesca è che di giorno non lo faremmo mai, mentre di notte qualsiasi problema diventa una questione di vita o di morte. Bah, misteri dell’animo umano]
  7. Sabato: i virus e la gente inopportuna. Avete presente le persone che non si rendono conto di avere a che fare con un esserino nato da soli pochi giorni? Avete presente che la prima cosa che fanno queste persone è toccare quell’esserino dappertutto e magari chiedere anche ai genitori di poterlo prendere in braccio? Avete presente che, a volte, queste persone non sono sconosciuti ma amici, parenti, vicini di casa? Avete presente quella spiacevole sensazione che vi investe la bocca dello stomaco e vi sussurra all’orecchio un monito ancestrale? Cari genitori, questa NON è un’ansia. A costo di sembrare una nazi-mamma, vi consiglio di lasciar perdere ogni pudore e di negare a queste persone di prendere in braccio, toccare le manine, dare i bacetti sul viso ecc… il massimo che io e mio marito abbiamo concesso finora a persone che non sono i nonni è stato giocare con i piedini e fare il solletico sulla magliettina con un dito. “Esagerata!” direte voi. Forse. Ma la bambina è nata una settimana fa, ha poche difese immunitarie e, soprattutto, non è il Sacro Graal né il piede di san Pietro, perciò non c’è alcun motivo per cui la gente debba toccarla o prenderla in braccio.

Rimedi contro l’ansia. Ma c’è una cura per questa situazione invivibile? Dopo una settimana in cui stati d’ansia e di gioia si sono alternati pericolosamente nel mio cervello, ho stilato una piccola lista di memoranda a cui penso quando sento montare l’ansia di turno, onde ritornare alle grottesche paranoie di qualche giorno fa. I rimedi sono classici, economici, ma richiedono qualche sforzo di autocontrollo:

  1. Avere più fiducia in se stessi. La formula magica è tutta qua. Spesso l’ansia è data dal fatto di non sentirsi adeguati in questo ruolo in cui siamo incappati. L’intero ecosistema pare suggerirci che non siamo in grado di crescere e salvaguardare un piccolo esemplare di homo sapiens. Ma se la vita ci ha dato il compito di crescere un figlio, vuol dire che abbiamo le capacità per farlo. Ci vorrà tempo, tanta umiltà per imparare, dovremo crescere in responsabilità e affrontare le nostre paure, ma non ci sono indicazioni patenti che non possiamo farcela. Quindi, su con la vita!
  2. Condividere i nostri dubbi (e le nostre certezze) con il partner. Genitori, condividete, con-di-vi-de-te, CONDIVIDETE. Il lavoro di coppia è fondamentale. Laddove non arriva l’uno, c’è l’altro. E laddove non arriva nessuno dei due, c’è una coppia di genitori che impara insieme. I vostri figli sono il frutto di una condivisione (lo attesta lo stesso DNA), dunque anche la loro crescita ed educazione deve essere un lavoro di concerto.
  3. Affidarsi al pediatra e alle sue indicazioni. Se c’è una persona che ha studiato, ha una vasta esperienza al riguardo ed è degno di fiducia, quello è il pediatra. Soprattutto nei primi mesi di vita è importantissimo confidare in ciò che dice il pediatra. Se vi dà un’istruzione (es. non tagliare le unghie al neonato per i primi venti giorni) e la nonna/lo zio/la cognata/il fratello vi dice il contrario (“ai miei figli le ho tagliate subito e non è mai successo niente”), dovete sempre – e dico SEMPRE – fare quello che il pediatra vi dice. E’ possibile che si tratti soltanto di “mode mediche”, ma gli altri (a meno che non siano laureati in medicina pediatrica) non sono nessuno e ciò che possono mettere a disposizione è la propria esperienza personale, non l’opinione professionale di un medico.
  4. Non leggere su internet. Questa è forse la prova peggiore, cari genitori padawan, ma la più difficile. Oggi si può googlare qualsiasi cosa e trovare qualsiasi cosa. Potreste cercare informazioni su “neonato che grufola quando beve il latte” e, dopo aver finito di “documentarvi” in rete, convincervi che vostro figlio abbia un cancro alla bocca dello stomaco. Perciò, per l’amor del cielo, state boni co’ ‘sto Google e, se avete qualche dubbio, chiamate il pediatra o la puericultrice di riferimento.
  5. Ascoltare le esperienze altrui (ma con molta prudenza). Chiedere un consiglio ad altri genitori di cui vi fidate non è sempre una cattiva idea, purchè rispettiate la gerarchia descritta qui sopra. E’ ovvio che chi ha avuto figli prima di noi possa essere una fonte di informazioni e consigli, ma a mio avviso solo da un punto di vista pratico (es. come fare il bagnetto, quale carrozzina comprare, quand’è meglio passare dalla culla al lettino ecc.). Per tutto ciò che riguarda la salute e l’alimentazione del vostro bambino, rivolgetevi sempre al pediatra.

Direi che per oggi è tutto. L’ansia è davvero una brutta bestia e rischia di non farci godere questi bellissimi primi giorni insieme ai nostri figli. Il suo arrivo è inevitabile. Se non avessimo paura di sbagliare, saremmo degli incoscenti – oltre che degli stupidi. Ciò che possiamo fare è ridimensionarla e incanalarla in maniera sana nel nostro stile di vita, imparandola a gestire nel migliore dei modi.

Nella speranza che la mammite acuta post-partum passi presto e che questo sfogo/condivisione possa essere utile, mando un saluto a tutti i genitori ansiosi!

Spoleto in due giorni

Ciao a tutti!

Quest’oggi vi propongo una minifuga dalle vostre città (a meno che non siate lettori che seguono il blog dall’Umbria) in direzione di una piccola chicca dalla grande storia: Spoleto.

Io e m. (che sta per marito) abbiamo deciso di dedicarci una nuova luna di miele, l’abbiamo ribattezzato “weekend di nozze” e quale meta migliore se non Parigi? Ma no, Parigi proprio non ci convinceva, un po’ perché siamo fan del made in Italy, un po’ perché avevamo a disposizione solo due giorni (ossia una notte) e volevamo comunque riuscire a godere di una città senza stare con il fiato alla gola.

Poiché siamo persone decise e organizzate (magari!), abbiamo aperto in contemporanea Booking e Google Maps e ci siamo messi a vedere tutte le possibilità che si prospettavano con il nostro esiguo tempo. La scelta è poi ricaduta su Spoleto e mai decisione fu tanto felice!

Ecco a voi una serie di indicazioni e di consigli qualora voleste fare una toccata e fuga nel Ducato Longobardo.

COSA VEDERE. Io e m. abbiamo scelto di visitare Spoleto durante il week-end e di fermarci a dormire solo una notte. Siamo partiti il sabato mattina neanche troppo presto e siamo arrivati in città verso le 11. Cosa fare dunque avendo a disposizione più o meno due giornate? Innanzitutto vi conviene recarvi all’Ufficio Pro Loco (situato all’interno del complesso della biblioteca) e prendere una carta della città e la guida gratuita. Per i più tecnologici consiglio di scaricare la comoda app Spoleto Turismo.

Abbiamo scelto di dedicare la prima giornata a prendere confidenza con la città percorrendola in lungo e in largo e seguendo le indicazioni suggerite nel percorso del Trekking urbano. Questa tipologia di visita permette di non annoiarsi (soprattutto se non siete tipi da museo) e di visitare tutto ciò che è ad accesso libero come le meravigliose chiese.
I must da vedere sono sicuramente l’ex-chiesa dei ss. Giovanni e Paolo, in cui è conservato il primo affresco in Italia rappresentante il martirio di Thomas Becket, la cattedrale di S. Maria Assunta, il cui abside presenta un ciclo affrescato da Filippo Lippi, e la chiesa di S. Gregorio. Se vi piace l’arte contemporanea, vi co nviene visitare il Museo Carandente all’interno del Palazzo Collicola (m. era interessato soprattutto alla galleria del piano nobile di quest’ultimo) e il Teodelapio con altre sculture presenti in vari punti della città.

Abbiamo deciso di consacrare il secondo giorno alla visita dei musei e, dulcis in fundo, dei luoghi raggiungibili solo con la macchina. La Rocca Albornoziana ci ha un po’ deluso: non tanto per la struttura in sé, che invece è sicuramente la parte della visita più affascinante, quanto per il museo annesso. Oltre ad avere pochi reperti (su quello non ci si può far nulla), l’allestimento dell’intera mostra sul Ducato è antiquato e fin troppo statico. E’ stata una delusione, per esempio, scoprire che ai Longobardi era stata dedicata solo una sola sala (forse due?) e il massimo che si è riusciti a pensare è stato quello di attaccare una serie di pannelli noiosissimi e lunghissimi con notizie poco interessanti. Perchè non provare a riaggiornare il format della visita? Bah, poveri Longobardi! [tempo della visita 2h 1/2 ca]
Il secondo museo, in cui ho trascinato m. perché ero di pessimo umore dopo la rocca, è il Museo Archeologico Statale (con annessa visita al teatro romano). Ebbene, questa sì che è stata una bella sorpresa per entrambi. L’allestimento è più o meno della stessa tipologia di quello della Rocca, ma gli archeologi e gli storici dell’antichità sono stati più intelligenti nella scelta dei temi da trattare nei pannelli. Inoltre, la sala epigrafica aperta da poco al pian terreno si presenta interessante anche per chi non è addentro alla materia. Senza considerare che all’interno del museo c’è una sala dedicata ai ritrovamenti archeologici di scavi condotti nel 2011 (!): più unico che raro in un museo nazionale dove la maggior parte della volte si trovano cose scoperte all’epoca di Heinrich Schliemann. Infine, la visita si conclude nell’affascinante teatro romano, ancora utilizzato in estate per spettacoli e rappresentazioni varie. Super consigliato! [tempo della visita 1h 1/2 ca]
Prima di ripartire alla volta di Roma abbiamo visitato la piccola chiesa di S. Paolo inter vineas e quella di S. Pietro extra moenia. Quest’ultima vale assolutamente la pena di essere visitata solo per ammirare la preziosa facciata e le sue sculture, che la rendono una degli esempi più splendidi dell’architettura romanica e gotica dell’Umbria.

Un vero peccato, invece, per gli edifici danneggiati dal terremoto e chiusi al pubblico. Tra questi figurano la famosa Basilica di S. Salvatore e la chiesa dei SS. Domenico e Francesco.

PERNOTTAMENTO. Pernottare a Spoleto non è molto più costoso di quanto non lo sia in un’altra città storica, anzi forse si possono trovare discrete occasioni. Da ricordare però è che, nelle ore notturne, l’accesso al centro storico è vietato (ZTL). Essendo una città tutta “salita e discesa”, è però comodo partire da una posizione vantaggiosa che solo un albergo o un b&b nel centro ti può offrire. Ma come fare se si hanno problemi di spostamento (ad esempio persone con problemi motori oppure famiglie con passeggini)? Ci sono due possibili soluzioni: 1) dormire in un albergo o b&b fuori dalla ZTL e parcheggiare in uno dei parcheggi pubblici di Spoleto forniti del servizio di trasporto tramite i fantastici percorsi meccanizzati, che permettono di spostarsi da un monumento all’altro della città tramite rulli elettronici; 2) trovare un’offerta di qualche albergo in centro che fornisce il permesso a circolare all’interno della ZTL. A voi la scelta.

DOVE MANGIARE. Non so voi, ma noi abbiamo optato per questa soluzione: colazioni sostanziose, pranzi veloci e cena importante.
Partiti alle 8:30 circa (forse erano le 9?) da Roma, siamo arrivati a Spoleto con parecchia fame. Fortunatamente il centro informazioni turistiche è stato spostato all’interno della biblioteca comunale, in cui – guarda caso – c’è un carinissimo e assai ospitale Caffè Letterario. Quale modo migliore per cominciare la giornata? Il barman è stato molto cordiale pur non avendoci mai visto prima e si è intrattenuto a parlare con noi, mentre consumavamo una buona ed economica colazione. Siamo stati così positivamente colpiti dall’atmosfera da essere tornati lì anche il giorno dopo, invece di spendere 8/10€ in più a testa per fare colazione in albergo.
Per pranzo, il primo giorno abbiamo fatto due prove: la prima in un forno del centro che non ci ha troppo convinti, la seconda alla Pizzeria dell’Orologio, che ha invece colpito nel segno. I palati fini forse saranno più schizzinosi, ma se a noi date tranci di pizza bella alta, grande e farcita a un costo che va da 1€ per la focaccia a 1,7€ per quella condita noi siamo super contenti!
Per cena, m. voleva stupirmi e mi ha portato in uno dei ristoranti segnalati dalla guida Michelin 2018. Il posto in questione è Al Tempio del Gusto. Che dire? 85€ in due per un menù completo (antipasto, primo, secondo, dolce, acqua e vino) curato nel minimo dettaglio. Un’esperienza sensoriale dai sapori unici. Di seguito un riepilogo dei piatti:

  • Assaggino di benvenuto: tarallo con foie gras, caciottina con cipolla e uova di lompo, manzo con sfoglia di grana e crema di tartufo
  • Antipasti: millefoglie con caciottina dolce su salsa di tartufo;flan di porcini su salsa di zafferano e tartufo
  • Primi: polentina di fave al tartufo con trota scottata e cicoria di campo; strangoli tirati a mano al tartufo
  • Secondi: petto d’anatra con salsa all’arancia e miele di castagno; filetto di maialino con pera cotta al vino e salsa all’arancia
  • Pre-dessert offerto dallo chef: una verrine di meringhe con una ganache di cioccolato e caffè
  • Dessert: crescionda spoletina; strudel aperto

In definitiva Spoleto ci ha colpiti non solo per la sua storia e la sua arte, ma anche per il calore con cui gli spoletini fanno sentire il loro orgoglio per questo piccolo gioiello e per la bontà dei piatti e dei sapori tipici che la città ha saputo farci gustare in forma rivisitata ma sempre squisita.

P.S. Su Instagram (nel riquadro qui a destra) trovate una serie di scatti della città 😉

XXIV Trofeo RiLL Il Miglior Racconto Fantastico

XXIV Trofeo RiLL
Il Miglior Racconto Fantastico

in collaborazione con:
il festival internazionale Lucca Comics & Games,
la Wild Boar Edizioni,
la rivista irlandese Albedo One,
la AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror),
l’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa),
la e-zine Anonima Gidierre,
la rivista Andromeda,
le Edizioni Il Foglio

con il supporto di:
Columbus – penne stilografiche dal 1918

L’associazione RiLL – Riflessi di Luce Lunare curerà il concorso e selezionerà, tra gli scritti ricevuti, i racconti finalisti. Questi saranno poi valutati dalla Giuria Nazionale, costituita da scrittori, giornalisti, autori di giochi, professori universitari. Ciascun testo verrà giudicato per l’originalità della trama e dell’intreccio, per la forma e la chiarezza narrativa.

La cerimonia di premiazione dei vincitori avrà luogo nell’autunno 2018, all’interno del festival internazionale Lucca Comics & Games. RiLL comunicherà (per lettera o via e-mail), fra luglio e ottobre 2018, le modalità della conclusione del concorso (data, luogo, orario…) a tutti i partecipanti.

RiLL si impegna a curare un’antologia con i migliori racconti, senza alcun contributo/ costo per gli autori (collana Mondi Incantati, ed. Wild Boar).
Il racconto vincitore sarà inoltre tradotto
– in inglese (a cura di RiLL) e pubblicato su Albedo One, rivista irlandese di letteratura fantastica;
– in inglese (a cura di RiLL) e pubblicato su Probe, il magazine dell’associazione Science Fiction and Fantasy South Africa (SFFSA);
– in spagnolo, a cura dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror), che lo pubblicherà nella sua antologia annuale, Visiones.

L’autore del racconto vincitore riceverà un premio di 250 euro e una penna stilografica marca Columbus 1918 (offerta dalla ditta Santara).
Inoltre, i racconti classificati nelle prime quattro posizioni usciranno sulla e-zine trimestrale Anonima Gidierre.
Le edizioni Il Foglio e la rivista Andromeda, infine, si riservano di scegliere fra i testi finalisti uno o più racconti da pubblicare.

Regolamento

1) Il Trofeo RiLL è un concorso per racconti fantastici: possono partecipare racconti fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni storia che sia, per trama o personaggi, “al di là del reale”.

2) Ogni autore può partecipare con uno o più racconti, purché inediti, originali ed in lingua Italiana.

3) La partecipazione è libera e aperta a tutti (uomini, donne, maggiorenni, minorenni, italiani, stranieri, residenti in Italia o all’estero). Non possono però partecipare al concorso gli autori cui RiLL ha dedicato un’antologia personale (collana Memorie dal Futuro, ed. Wild Boar).

4) Per partecipare al XXIV Trofeo RiLL è necessario essere soci dell’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare. La quota di iscrizione è di 10 euro (socio ordinario, che può partecipare al concorso spedendo un racconto). Nel caso di invio di più testi, la quota è di 10 euro a racconto (socio sostenitore).
La quota si può versare sul conto corrente postale n° 1022563397, intestato a RiLL Riflessi di Luce Lunare, via Roberto Alessandri 10, 00151 Roma (in caso di bonifico bancario, l’IBAN è: IT-72-U-07601-03200-001022563397; per bonifici dall’estero, il BIC number è: BPPIITRRXXX). È possibile pagare anche con carta di credito (o PostePay, o conto Paypal), dal sito Trofeo.rill.it (il sito con cui RiLL gestisce i concorsi che organizza).
Si consiglia di allegare la fotocopia del versamento alle generalità dell’Autore.
In caso di partecipazione con più racconti è gradito il versamento unico.

5) Le iscrizioni sono aperte sino al 20 marzo 2018. Tutti gli elaborati dovranno pervenire entro tale termine. Per le opere ricevute oltre tale data farà fede il timbro postale. In ogni caso, tutti i testi che perverranno dopo il 5 aprile 2018 non saranno presi in considerazione.

6) Tutti i testi partecipanti dovranno essere spediti (anche come pacco o raccomandata) in triplice copia e in busta anonima a: Trofeo RiLL, presso Alberto Panicucci, via Roberto Alessandri 10, 00151 Roma. È gradito che le copie siano stampate in fronte-retro.
In una busta chiusa, allegata ai racconti inviati, ciascun autore dovrà inserire le proprie generalità (nome, cognome, indirizzo, CAP, telefono, e-mail) e la richiesta di iscrizione all’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare (vedi punto 4), comprensiva di dichiarazione di accettazione dello Statutoassociativo. La busta chiusa sarà aperta solo dopo che i racconti finalisti saranno stati selezionati; sull’esterno della busta chiusa va riportato il titolo dei racconti inviati.
Le spese di spedizione sono a carico di ciascun partecipante e non sono comprese nella quota di iscrizione. RiLL non si fa carico di disguidi postali di sorta.

7) Per semplificare il lavoro della segreteria del premio, i partecipanti sono invitati a registrarsi sul sito Trofeo.rill.it, fornendo le proprie generalità. Una volta registratisi, i partecipanti potranno (nella sezione “XXIV Trofeo RiLL” di Trofeo.rill.it) inviare i propri racconti in formato elettronico, dalla pagina “Carica la tua opera”. La spedizione dei racconti in formato elettronico è facoltativa (nonsostituisce la spedizione cartacea, che è obbligatoria). All’interno dei file dei racconti caricati non vanno indicati i dati anagrafici degli autori.
Dal sito Trofeo.rill.it è anche possibile pagare la quota di iscrizione e caricare la richiesta di iscrizione all’associazione RiLL (vedi punto 4).
L’elenco degli autori che avranno caricato i file dei racconti sarà consultato solo dopo che i testi finalisti saranno stati scelti, mantenendo così l’anonimato dei lavori nella fase di lettura e selezione.

8) I partecipanti residenti all’estero possono inviare racconti nel solo formato elettronico (vedi punto 7). In questo caso, i partecipanti residenti all’estero devono registrarsi sul sito Trofeo.rill.it e caricare sia il racconto sia la richiesta di iscrizione all’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare(comprensiva di dichiarazione di accettazione dello Statuto associativo).

9) Ciascun racconto partecipante non dovrà superare i 21.600 caratteri, spazi tra parole inclusi.
L’impaginazione dei racconti è libera (in via indicativa, 21.600 caratteri spazi inclusi equivalgono a 12 cartelle dattiloscritte di 30 righe per 60 battute). Per i testi più vicini alla lunghezza massima consentita è gradita l’indicazione del numero di battute totali.

10) Tutti gli autori partecipanti al XXIII Trofeo RiLL riceveranno una copia omaggio di DAVANTI ALLO SPECCHIO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni, la raccolta dei racconti premiati del 2017 (collana Mondi Incantati, ed. Wild Boar).

11) Il materiale inviato non sarà restituito. Gli autori sono pertanto invitati a tenere una copia dei propri manoscritti. Inoltre, finché la rosa dei finalisti non sia stata resa pubblica (luglio 2018), i partecipanti sono tenuti a non diffondere il proprio racconto e a non prestarlo per la pubblicazione.

12) Ciascuna opera partecipante al Trofeo RiLL resta di completa ed esclusiva proprietà dei rispettivi autori. La pubblicazione dei racconti selezionati nell’antologia del concorso (collana Mondi Incantati) e sulle riviste/ antologie che collaborano al Trofeo RiLL è comunque per tutti gli autori obbligatoria (non rinunciabile) e non retribuita, oltre che ovviamente gratuita.

13) In caso di pubblicazione, l’autore concorderà eventuali ottimizzazioni della sua opera con RiLL e con le riviste/ case editrici interessate.

14) Le decisioni di RiLL e della Giuria Nazionale in merito al concorso e al suo svolgimento sono insindacabili e inappellabili.

15) La partecipazione al Trofeo RiLL comporta l’accettazione di questo regolamento in tutte le sue parti. Eventuali trasgressioni comporteranno la squalifica dal concorso.

Per ulteriori informazioni:
Trofeo RiLL, presso Alberto Panicucci,
via Roberto Alessandri 10, 00151 ROMA;
e-mail: trofeo@rill.it
URL: www.rill.it
(su RiLL.it è on line anche un’ampia pagina di FAQ sul regolamento e sul concorso)

Tutela della privacy dei partecipanti

Le generalità che devono essere fornite per partecipare al Trofeo RiLL sono utilizzate esclusivamente:
• per comunicare i risultati ai partecipanti;
• per l’invio di materiale promozionale relativo al Trofeo RiLL e alle altre attività/ iniziative di RiLL.
I dati raccolti non verranno in ogni caso comunicati o diffusi a terzi.
Inoltre, scrivendoci, sarà sempre possibile:
• modificare i dati inviati (es: cambio di indirizzo);
• cancellare i dati inviati;
• chiedere che non venga inviato alcun materiale promozionale.

 

Per scaricare la richiesta d’iscrizione e il bollettino precompilato, accedi alla pagina del bando cliccando qui.

A volte basta poco per cambiare il corso della giornata

Prendersi quei 20 minuti solo per sé (o se si è in coppia, per stare insieme) è, a mio avviso, essenziale per iniziare bene la giornata.

Non sempre si può fare, soprattutto durante la settimana, ma nel weekend è quasi d’obbligo. Devi fare altre cose? Sistemare casa? Riordinare i vestiti? Finire un lavoro urgente? Non importa. Prenditi quei 15/20 minuti che servono per ingranare bene la giornata.

C’è chi lo fa ascoltando la musica mentre fa colazione, chi preferisce leggere il giornale, chi invece si fa la doccia o si prende 10 minuti in più a letto… oggi io e M. (che sta per marito) abbiamo deciso di prendere il caffè a letto. 🙂

Quali sono i vostri metodi per ingranare bene la giornata? Ne avete più d’uno?

Asimov e Tolkien: un legame sorprendente

Cari lettori, condivido con voi questo interessante articolo di migrantes of middle earth.

migrantes of middle earth

Questo post è un pò particolare, e vuole svelare un aspetto della letteratura del 900 conosciuto da pochi: lo stretto rapporto tra Isaac Asimov e J.R.R Tolkien.

Intanto, le coincidenze: Asimov nasce un 2 Gennaio(1920)  e Tolkien un 3 ( 1892)… ma a parte gli scherzi, è significativo che Fondazione, il primo volume di Cronache della Galassia, esca nel 1951, negli stessi anni in cui stava venendo alla luce Il Signore degli Anelli.

Eppure, non è una semplice coincidenza numerica, perchè anche l’opera di Asimov, benchè parta da presupposti e fonti diverse- la tradizione ebraica, la fantascienza dei primi del 900 e la filosofia della storia-  riesce a porsi le stesse domande e a coltivare le stesse aspettative di quelle di JRRT: il potere che degenera, il rapporto tra morte e vita, la pericolosità dell’uso di alcune sapienze: basti pensare, in Io Robot, all’ambiguità delle Leggi della Robotica,nate con…

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Bibisco

Oggi comincio a testare questo programma. L’idea è ottima e l’ideatore andrebbe premiato per questo: mettere ordine nella testa di uno scrittore non è una facile impresa. Proviamo a vedere se funziona! 😉

CIVUOLEPOCO

E’ un nome strano, Bibisco.
Bibisco è un software gratuito, ma soprattutto, come indicato nelle informazioni del programma stesso “Questo è un progetto personale fatto con amore. Amiamo i libri e vogliamo aiutare gli scrittori a scrivere bellissimi romanzi”.
Si Bibisco è un programma utile per chi vuole cimentarsi nella scrittura di un libro.
Conoscevo un software simile, si chiama Scrivener, ma è complesso, va studiato e non è proprio cosi intuitivo, quindi stavo cercando qualche alternativa e alla fine ho scoperto questo.
Oltre all’aspetto grafico, carino, Bibisco ti permette di strutturare un ro

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Elogio del regalo sgradito

Ph. by AdWeek

Come tutti gli anni, anche quest’anno sarà capitato a ciascuno di noi di ricevere regali che non ci sono proprio piaciuti. Lì, di fronte a quel pacchetto incartato con gli accessori di Tiger o con qualche carta eccessivamente colorata e pescata chissà dove dal cassetto della nonna, abbiamo scartato e ci siamo trovati in mano quell’oggetto che ha suscitato subito in noi la domanda… “ma perchè a me?”. Sì, perchè non hai proprio idea di come quel regalo sia stato partorito dalla mente di quel tuo amico, di quella tua lontana zia o, peggio, di qualcuno ancora più vicino e intimo. Quest’anno, come tutti gli anni, anche io ho scartato il mio “regalo-ma-perchè-a-me?” e, al contrario di quello che faccio tutti gli anni, stavolta ho cercato di trarne qualche aspetto positivo.

Perché questi regali ci fanno così arrabbiare? Innanzitutto dobbiamo cominciare a chiederci perché quel regalo non ci è piaciuto. Il primo atteggiamento responsabile della delusione è l’aspettativa. Forse ti aspettavi qualcosa di più di ciò che hai appena scartato? Oppure semplicemente speravi in qualcosa di diverso? Non c’è nulla da fare, se sei una persona che ama speculare con la mente sui regali che si riceveranno, corri il rischio – assicurato – di restare delusa da almeno uno di quelli ricevuti. Un altro atteggiamento può essere il perfezionismo: il perfezionista è un grande nello scegliere i regali, ma rappresenta il peggior incubo per chi i regali deve farli. Hai presente quella persona che inizia a cercare i regali di Natale a Novembre e riflette per giorni e giorni su che regalo fare a qualsiasi persona per essere certo di conquistare il podio del gradimento? Ecco, se sei uno di questi, cioè un perfezionista, i tuoi regali possono anche essere semplici e poco costosi, ma sono sempre qualcosa che piace o di cui ha bisogno la persona che li riceve. Il problema di questa categoria di persone è che vengono quasi sempre delusi dai regali che ricevono, perché il 93% della popolazione mondiale non ha il suo stesso grado di empatia e di saggezza nello scegliere i pensieri da corrispondere. Un altro motivo per cui si può restare perplessi di fronte a un regalo sgradito è che, effettivamente, quel regalo non è per nulla azzeccato. Alcuni esempi autobiografici e dei più tristi: pantaloni zebrati rosa taglia L (indosso quasi sempre colori scuri e porto una S); cd di Gigi D’Alessio (il mio panorama musicale spazia dai cartoni Disney al metal, ma non è mai passato per i cantanti neomelodici campani); orologio da maschio con il teschio di un gatto disegnato sopra (oltre al fatto che era orrendo, chi me l’ha regalato mi ha poi confessato di non essersi neanche accorto che fosse per uomo); per non parlare dei saponi – gli evergreen dei regali sgraditi – (chi li regala di solito non si rende conto che 1) sembra un sottile invito a lavarsi, 2) i saponi, quelli buoni, costicchiano abbastanza, quindi è meglio ripiegare su un rossetto o una penna carina piuttosto che regalare un sapone economico e di qualità scadente). La lista è lunga e potrei fare un elenco altrettanto lungo con i tristi regali che ha ricevuto negli anni passati mio marito, ma si è capito il senso e ed è meglio se mi fermo qui…

Cambiamo il punto di vista. Fino a ora, abbiamo osservato la situazione dal punto di vista di chi è rimasto scottato da quello che ha trovato sotto l’albero. Pieno d’aspettative, perfezionista, o semplice vittima, ognuno di noi si è chiesto almeno una volta nella vita “ma perché a me?”. Adesso, però, fermiamoci ad analizzare non tanto il regalo ma le circostanze in cui quel regalo è finito tra le nostre mani. Spesso mi capita di essere talmente presa dalla mia smania di perfezionismo (ebbene sì, io sono una delle perfezioniste di cui sopra), che mi dimentico una cosa importantissima: ricevere un regalo non è mai scontato. Che sia stato un semplice regalo riciclato, oppure comprato in quattro e quattr’otto, oppure che sia stato speso un pomeriggio a sceglierlo, quel regalo sgradito è giunto tra le nostre mani perché qualcuno ha pensato a noi. E, in questo caso è giusto dirlo, è proprio il pensiero che conta. Sciocco, economico, o semplice che sia, quel regalo è il frutto di almeno un momento di riflessione in cui quella persona si è detta “fammi pensare a un regalo per…”. Anche se nel tuo giro di amici o parenti è ormai una consuetudine scambiarsi dei regalini per Natale, non sottovalutare mai l’ordinaria azione di fare e ricevere un regalo. Mi ricordo che, diversi anni fa, ero molto amica di un ragazzo e per Natale gli avevo comprato un libro che sapevo gli sarebbe piaciuto. In macchina, poco prima di salutarci, stavo per darglielo quando lui mi ha detto: “ah, senti, io non ti ho comprato nulla per Natale. Siamo adulti, no? Queste cavolate non servono fra noi…”. Con il sangue congelato nelle vene, sorridendo ho annuito e sono scesa. A distanza di anni sono convinta di aver sbagliato, avrei dovuto dirgli che nei rapporti sono proprio quelle cavolate a farci capire che si tiene l’uno all’altro. Ma almeno quel libro ce l’ho ancora ed è proprio un bel libro. Peggio per lui!

Perché non ci dovrebbero fare così arrabbiare questi regali? Va bene, abbiamo detto che è il pensiero quello che conta, ma se il regalo ci fa schifo, che ci possiamo fare? Un regalo non è mai dovuto, ma quando arriva significa che qualcuno vuole comunicarci qualcosa. E come accade nella stragrande maggioranza dei rapporti interpersonali, anche con i regali alla base c’è quasi sempre un problema di comunicazione. A volte il problema può essere proprio del comunicante: se il perfezionista è quello che per fare i regali indossa “le lenti” con cui chi lo riceve vede il mondo, c’è anche chi quando fa i regali parte dai suoi gusti personali. Il lato negativo di questo approccio è che di solito il regalo piace più a chi l’ha fatto che a chi l’ha ricevuto. Ma il lato positivo è che in quel regalo è racchiuso un pezzo della persona da cui l’hai ricevuto. E se quella persona è importante per te, questo è un buon modo per cominciare ad apprezzare ciò che hai ricevuto. Questa situazione capita spesso nei rapporti tra uomo e donna e la soluzione ideale, a mio avviso, non è quella di cambiare il regalo ma di scoprire che cosa in esso ci parla dell’altro. A volte il problema è di tipo economico: quando riceviamo una sciocchezza che per di più è anche brutta, viene spontaneo chiedersi “perché buttare questi 5€? Poteva risparmiarseli, faceva una figura migliore e io non mi ritrovavo con quest’impiccio”. E’ vero, questi regali sono spesso inutili, brutti e alquanto tristi, ma ci siamo mai chiesti se chi li ha fatti poteva permettersi qualcosa di più? Magari per problemi economici, magari perché ha semplicemente previsto un budget più basso per evitare spese di troppo, resta il fatto che nonostante tutto con quei 5€ ha cercato di fare un pensiero forse divertente, anche se inutile, e l’ha regalato proprio a te e non a qualcun altro. Invece di dire che non ha soldi oppure che si è troppo adulti per un regalino di Natale, ha tentato seppur fallendo di omaggiarti con una cosa gradita.

Un’occasione per dialogare. Da non sottovalutare, inoltre, l’occasione che i regali sgraditi possono rappresentare. Magari con una battuta, magari con una frase un po’ più seria (ma mai polemica, per carità!), si può provare a intavolare un discorso a riguardo. Provare a capire perché si è ricevuto un regalo come quello oppure spiegare il motivo per cui non lo abbiamo apprezzato può essere un buon modo per crescere reciprocamente e far crescere una relazione o un’amicizia. A me è capitata proprio una situazione del genere e (non ci crederete!), dopo un lungo e altalenante dialogo, sono riuscita ad apprezzare un regalo che, senza interpellare l’altra parte, non avrei neanche capito. Scordiamoci quell’assurdo detto “a caval donato non si guarda in bocca”: non solo bisogna guardare, ma bisogna anche domandare e capire perché ci viene regalato quel benedetto cavallo! Chissà che magari non troviamo un buon motivo per rivalutarlo.

Se proprio non ci piacciono. E se proprio non ne volete sapere di tenerlo, quel regalo può rappresentare comunque un’occasione da non perdere. Se ci pensate, infatti, i regali di Natale sono come gli avvenimenti che capitano nella vita. Quando si presentano, non tutti sono di nostro gradimento, forse perché ci aspettavamo qualcosa di diverso o pensavamo di meritarci di più oppure proprio non sembrano fare per noi. Eppure, questi avvenimenti sgraditi per noi possono essere delle occasioni per altre persone a noi vicine e di cui noi possiamo essere il tramite. Così, quindi, si dovrebbe pensare ai regali. Prova a riflettere su ciò che ti è stato regalato e non ti è piaciuto. Può servire a qualcuno che conosci? Può addirittura piacere a qualcuno che conosci? Ti viene in mente qualcuno che apprezzerà più di te la presunta comicità di quel regalo che ti hanno fatto credendo che tu ti saresti sbellicata dalle risate? Forse sì. Forse quel regalo è quasi capitato a fagiolo. E se per caso a quella persona che ti viene in mente hai già fatto un regalo, che importa? Fagliene uno in più. Lei o lui di certo non si lamenterà.

Questo è un sunto dei pensieri che mi sono frullati in testa durante il periodo natalizio. Voi cosa ne pensate? Quali regali sgraditi avete ricevuto quest’anno? Siete riusciti a farvene una ragione o siete ancora arrabbiati? Condividete la vostra esperienza con un commento. 🙂

P.S. Tutto ciò di cui ho parlato in questo articolo è stato direttamente esperito da me o da qualcuno a me vicino, perciò se volete ulteriori delucidazioni o esempi concreti basta chiedere. 😉

“The Place” di Paolo Genovese

Ieri ho finalmente visto il nuovo film di Paolo Genovese e ho deciso di dare inizio alla sezione dedicata al cinema e alle serie con questa pellicola. La mia non sarà una recensione tecnica (per questo tipo di resoconto vi rimando a quella di Boris Sollazzo su Rolling Stone, che ho trovato senza dubbio la migliore di quelle in rete), sarà piuttosto una considerazione di carattere teoretico. Non mi occuperò della grammatica dell’opera, ma del contenuto delle sue proposizioni cinematografiche.

Riporto qui velocemente la trama, per permettere anche a chi non ha visto il film di poter seguire la mia riflessione:

Un misterioso uomo siede sempre allo stesso tavolo di un ristorante, pronto a esaudire i più grandi desideri di otto visitatori, in cambio di compiti da svolgere. Sebbene l’uomo dichiari di non affidare a nessuno compiti impossibili, ognuna delle sue richieste implica di andare contro tutti i principi etici. (Fonte Wikipedia)

***ALERT SPOILER***
QUESTA RECENSIONE CONTIENE NOTIZIE CHE SVELANO LA TRAMA DEL FILM

IL GENERE. Partiamo dalle cose semplici. Che tipo di film è The Place? Si tratta di un dramma etico, cioè una tragedia che ha al centro un discorso etico (in questo caso forse più d’uno). Questo genere aiuta l’autore ad affrontare in poco più di un’ora tematiche che nella versione originale dell’opera (la serie tv The Boot at the End) necessitano di due intere stagioni. Il fine del dramma etico, infatti, non è quello di intrattenere gli spettatori con una serie di peripezie in grado di far tenere il fiato sospeso, ma quello di suscitare nel pubblico una serie di domande morali cui, in realtà, non spetta sempre all’autore dare una risposta precisa. La trama, quindi, è funzionale alla rappresentazione dei caratteri etici, non deve sorprenderci, può essere prevedibile e ha l’unico compito di fornire uno sfondo su cui i personaggi evolvono con le loro scelte.

IL PALCOSCENICO. L’ambientazione del film, da alcuni criticata per l’eccessiva spersonalizzazione, è la longa manus di questo genere.  Tutta la pellicola si svolge all’interno di un bar, The Place; tutta l’azione si svolge a un tavolino, in cui Mastandrea dialoga di volta in volta con i protagonisti che portano avanti la trama attraverso i loro racconti. Il motivo di questa scelta è essenzialmente il carattere universale che Genovese vuole dare al film: questo dramma non ha bisogno di un contesto, né di una specificazione geografica, sociale o temporale, perché il nucleo fondamentale del discorso etico si ripropone di generazione in generazione dall’inizio dei tempi (letteralmente, basta pensare alla narrazione biblica e alla storia di Lucifero o di Adamo ed Eva) e si riproporrà fino a che un essere dotato di libero arbitrio abiterà l’universo. Non c’è bisogno di sapere se i personaggi siano italiani, se appartengano al ventunesimo secolo o se provengano da una famiglia ricca o povera, davanti all’uomo che offre la possibilità di realizzare i propri desideri potrebbe esserci un antico romano, una dama inglese di fine Ottocento o un samurai del periodo Edo. Potremmo esserci anche noi.

IL TEMA. Scegliere ha un costo. Ma qual è il prezzo della libertà? Ogni personaggio è posto di fronte a un problema: qualcosa nella sua vita non va per il verso che a lui pare quello giusto. Così si rivolge a chi è in grado di dare una possibilità di cambiamento per il verso desiderato. A ogni situazione, vissuta come innaturale e ingiusta, corrisponde un’azione che va contro la natura del dato personaggio (a una suora che ha perso Dio viene chiesto di rimanere incinta, a un cieco che vuole riacquistare la vista per amare viene chiesto di violentare una donna, a una donna che vuole che suo marito la ami perdutamente viene chiesto di distruggere una coppia di sposi, a un uomo che vuole una donna bellissima da “usare” per un rapporto sessuale senza amore viene chiesto di difendere una bambina, a un uomo che vuole guarire la malattia di suo figlio viene chiesto di uccidere la figlia di un altro uomo, a una donna che vuole salvare la vita dell’anziano marito viene chiesto di fare una strage con una bomba e così via…). Di fronte all’opportunità di ottenere ciò che si vuole, tramite atti contrari ai propri principi, si profila la scelta più dolorosa di tutte: accettare la drammatica realtà o agire contro se stessi per cambiarla? Qui a scontrarsi non sono due semplici opzioni, ma due concezioni di libertà diametralmente opposte. La prima interpreta la libertà come “poter-cambiare”, potersi imporre con la propria volontà su ciò che ci capita, laddove l’accettazione è invece vista come pura passività. La seconda è la libertà di prendere su di sé il peso della propria vita e portarlo nonostante tutto. Sebbene solo la prima sembri comportare una certa attività da parte di chi compie la scelta, anche la seconda implica un’attività, meno evidente della libertà di “poter-cambiare” ma altrettanto potente nelle sue conseguenze. Qual è la scelta più dolorosa? Difficile dirlo. Perché nel primo caso, lo scotto da pagare è la propria anima; nel secondo, il dover accettare che non tutto è sotto il nostro controllo e il doversi convincere che nella vita nulla è mai perfetto. Il dramma etico si gioca tutto qui.

IL VINCITORE. L’unico personaggio che mi appare il vero vincitore è Marcella, interpretata dalla Lazzaroni. Il motivo è semplice: è l’unica che prende coscienza dell’importanza di rimanere sempre fedeli a se stessi e per questo sceglie di non agire, di non cambiare il corso degli eventi. Epica la considerazione che fa nel dialogo finale con Mastandrea, in cui spiega che, se anche fosse riuscita a far tornare quello di prima il marito malato di Alzheimer, lei non avrebbe più potuto tornare come quella di prima dopo aver compiuto una strage. Quale senso ha recuperare un rapporto se poi l’equilibrio che lo reggeva in precedenza risulta irrimediabilmente spezzato dalle nostre azioni? Non è a caso che sia proprio lei l’ultima tra i protagonisti a concludere il suo rapporto con l’uomo di The Place. È vero, è anche l’unica che non ottiene ciò che vuole, ma è proprio questo a rendere il suo personaggio ancora più eroico. Il padre del bambino malato, anche se sceglie di non uccidere, non sperimenta fino in fondo le conseguenze della sua scelta (mi riferisco alla miracolosa guarigione di suo figlio che ribalta inaspettatamente il corso degli eventi). Il suo personaggio costituisce l’eccezione alla regola e per questo non è un personaggio esemplare. Lo stesso si può dire del controverso poliziotto, che stipula più di un accordo ma che alla fine si redime.

L’UOMO DEL TAVOLO OVVERO LA POTENZA DELLA REDENZIONE. Infine, un’ultima parola va spesa sul personaggio di Mastandrea. Devo ammettere che mi è piaciuto il fatto che non si capisca fino in fondo chi sia o per “chi” lavori (il diavolo?), questo rende il film una pellicola accoglibile da tutti e non un film confessionale. C’è poi da dire che, grazie al suo personaggio, Genovese è stato in grado di dare una svolta positiva a quella che fino agli sgoccioli è stata una vera e propria tragedia. Stanco degli orrori di cui è in parte artefice e in parte testimone, l’uomo di Mastandrea si domanda se dopo tanto male sia possibile ricominciare, gli viene risposto di sì. A rispondere in questo modo è Angela, personaggio tanto enigmatico quanto quello di Mastandrea, che invece di “dar da mangiare ai mostri” cerca solo “l’amore”. Ma non vi racconterò oltre… se volete sapere i particolari, dovete andare a vedere il film!

LO CONSIGLI? Certo che sì. Che piaccia o no, è un film che va visto.

Guarda il trailer di The Place