A volte basta poco per cambiare il corso della giornata

Prendersi quei 20 minuti solo per sé (o se si è in coppia, per stare insieme) è, a mio avviso, essenziale per iniziare bene la giornata.

Non sempre si può fare, soprattutto durante la settimana, ma nel weekend è quasi d’obbligo. Devi fare altre cose? Sistemare casa? Riordinare i vestiti? Finire un lavoro urgente? Non importa. Prenditi quei 15/20 minuti che servono per ingranare bene la giornata.

C’è chi lo fa ascoltando la musica mentre fa colazione, chi preferisce leggere il giornale, chi invece si fa la doccia o si prende 10 minuti in più a letto… oggi io e M. (che sta per marito) abbiamo deciso di prendere il caffè a letto. 🙂

Quali sono i vostri metodi per ingranare bene la giornata? Ne avete più d’uno?

Elogio del regalo sgradito

Ph. by AdWeek

Come tutti gli anni, anche quest’anno sarà capitato a ciascuno di noi di ricevere regali che non ci sono proprio piaciuti. Lì, di fronte a quel pacchetto incartato con gli accessori di Tiger o con qualche carta eccessivamente colorata e pescata chissà dove dal cassetto della nonna, abbiamo scartato e ci siamo trovati in mano quell’oggetto che ha suscitato subito in noi la domanda… “ma perchè a me?”. Sì, perchè non hai proprio idea di come quel regalo sia stato partorito dalla mente di quel tuo amico, di quella tua lontana zia o, peggio, di qualcuno ancora più vicino e intimo. Quest’anno, come tutti gli anni, anche io ho scartato il mio “regalo-ma-perchè-a-me?” e, al contrario di quello che faccio tutti gli anni, stavolta ho cercato di trarne qualche aspetto positivo.

Perché questi regali ci fanno così arrabbiare? Innanzitutto dobbiamo cominciare a chiederci perché quel regalo non ci è piaciuto. Il primo atteggiamento responsabile della delusione è l’aspettativa. Forse ti aspettavi qualcosa di più di ciò che hai appena scartato? Oppure semplicemente speravi in qualcosa di diverso? Non c’è nulla da fare, se sei una persona che ama speculare con la mente sui regali che si riceveranno, corri il rischio – assicurato – di restare delusa da almeno uno di quelli ricevuti. Un altro atteggiamento può essere il perfezionismo: il perfezionista è un grande nello scegliere i regali, ma rappresenta il peggior incubo per chi i regali deve farli. Hai presente quella persona che inizia a cercare i regali di Natale a Novembre e riflette per giorni e giorni su che regalo fare a qualsiasi persona per essere certo di conquistare il podio del gradimento? Ecco, se sei uno di questi, cioè un perfezionista, i tuoi regali possono anche essere semplici e poco costosi, ma sono sempre qualcosa che piace o di cui ha bisogno la persona che li riceve. Il problema di questa categoria di persone è che vengono quasi sempre delusi dai regali che ricevono, perché il 93% della popolazione mondiale non ha il suo stesso grado di empatia e di saggezza nello scegliere i pensieri da corrispondere. Un altro motivo per cui si può restare perplessi di fronte a un regalo sgradito è che, effettivamente, quel regalo non è per nulla azzeccato. Alcuni esempi autobiografici e dei più tristi: pantaloni zebrati rosa taglia L (indosso quasi sempre colori scuri e porto una S); cd di Gigi D’Alessio (il mio panorama musicale spazia dai cartoni Disney al metal, ma non è mai passato per i cantanti neomelodici campani); orologio da maschio con il teschio di un gatto disegnato sopra (oltre al fatto che era orrendo, chi me l’ha regalato mi ha poi confessato di non essersi neanche accorto che fosse per uomo); per non parlare dei saponi – gli evergreen dei regali sgraditi – (chi li regala di solito non si rende conto che 1) sembra un sottile invito a lavarsi, 2) i saponi, quelli buoni, costicchiano abbastanza, quindi è meglio ripiegare su un rossetto o una penna carina piuttosto che regalare un sapone economico e di qualità scadente). La lista è lunga e potrei fare un elenco altrettanto lungo con i tristi regali che ha ricevuto negli anni passati mio marito, ma si è capito il senso e ed è meglio se mi fermo qui…

Cambiamo il punto di vista. Fino a ora, abbiamo osservato la situazione dal punto di vista di chi è rimasto scottato da quello che ha trovato sotto l’albero. Pieno d’aspettative, perfezionista, o semplice vittima, ognuno di noi si è chiesto almeno una volta nella vita “ma perché a me?”. Adesso, però, fermiamoci ad analizzare non tanto il regalo ma le circostanze in cui quel regalo è finito tra le nostre mani. Spesso mi capita di essere talmente presa dalla mia smania di perfezionismo (ebbene sì, io sono una delle perfezioniste di cui sopra), che mi dimentico una cosa importantissima: ricevere un regalo non è mai scontato. Che sia stato un semplice regalo riciclato, oppure comprato in quattro e quattr’otto, oppure che sia stato speso un pomeriggio a sceglierlo, quel regalo sgradito è giunto tra le nostre mani perché qualcuno ha pensato a noi. E, in questo caso è giusto dirlo, è proprio il pensiero che conta. Sciocco, economico, o semplice che sia, quel regalo è il frutto di almeno un momento di riflessione in cui quella persona si è detta “fammi pensare a un regalo per…”. Anche se nel tuo giro di amici o parenti è ormai una consuetudine scambiarsi dei regalini per Natale, non sottovalutare mai l’ordinaria azione di fare e ricevere un regalo. Mi ricordo che, diversi anni fa, ero molto amica di un ragazzo e per Natale gli avevo comprato un libro che sapevo gli sarebbe piaciuto. In macchina, poco prima di salutarci, stavo per darglielo quando lui mi ha detto: “ah, senti, io non ti ho comprato nulla per Natale. Siamo adulti, no? Queste cavolate non servono fra noi…”. Con il sangue congelato nelle vene, sorridendo ho annuito e sono scesa. A distanza di anni sono convinta di aver sbagliato, avrei dovuto dirgli che nei rapporti sono proprio quelle cavolate a farci capire che si tiene l’uno all’altro. Ma almeno quel libro ce l’ho ancora ed è proprio un bel libro. Peggio per lui!

Perché non ci dovrebbero fare così arrabbiare questi regali? Va bene, abbiamo detto che è il pensiero quello che conta, ma se il regalo ci fa schifo, che ci possiamo fare? Un regalo non è mai dovuto, ma quando arriva significa che qualcuno vuole comunicarci qualcosa. E come accade nella stragrande maggioranza dei rapporti interpersonali, anche con i regali alla base c’è quasi sempre un problema di comunicazione. A volte il problema può essere proprio del comunicante: se il perfezionista è quello che per fare i regali indossa “le lenti” con cui chi lo riceve vede il mondo, c’è anche chi quando fa i regali parte dai suoi gusti personali. Il lato negativo di questo approccio è che di solito il regalo piace più a chi l’ha fatto che a chi l’ha ricevuto. Ma il lato positivo è che in quel regalo è racchiuso un pezzo della persona da cui l’hai ricevuto. E se quella persona è importante per te, questo è un buon modo per cominciare ad apprezzare ciò che hai ricevuto. Questa situazione capita spesso nei rapporti tra uomo e donna e la soluzione ideale, a mio avviso, non è quella di cambiare il regalo ma di scoprire che cosa in esso ci parla dell’altro. A volte il problema è di tipo economico: quando riceviamo una sciocchezza che per di più è anche brutta, viene spontaneo chiedersi “perché buttare questi 5€? Poteva risparmiarseli, faceva una figura migliore e io non mi ritrovavo con quest’impiccio”. E’ vero, questi regali sono spesso inutili, brutti e alquanto tristi, ma ci siamo mai chiesti se chi li ha fatti poteva permettersi qualcosa di più? Magari per problemi economici, magari perché ha semplicemente previsto un budget più basso per evitare spese di troppo, resta il fatto che nonostante tutto con quei 5€ ha cercato di fare un pensiero forse divertente, anche se inutile, e l’ha regalato proprio a te e non a qualcun altro. Invece di dire che non ha soldi oppure che si è troppo adulti per un regalino di Natale, ha tentato seppur fallendo di omaggiarti con una cosa gradita.

Un’occasione per dialogare. Da non sottovalutare, inoltre, l’occasione che i regali sgraditi possono rappresentare. Magari con una battuta, magari con una frase un po’ più seria (ma mai polemica, per carità!), si può provare a intavolare un discorso a riguardo. Provare a capire perché si è ricevuto un regalo come quello oppure spiegare il motivo per cui non lo abbiamo apprezzato può essere un buon modo per crescere reciprocamente e far crescere una relazione o un’amicizia. A me è capitata proprio una situazione del genere e (non ci crederete!), dopo un lungo e altalenante dialogo, sono riuscita ad apprezzare un regalo che, senza interpellare l’altra parte, non avrei neanche capito. Scordiamoci quell’assurdo detto “a caval donato non si guarda in bocca”: non solo bisogna guardare, ma bisogna anche domandare e capire perché ci viene regalato quel benedetto cavallo! Chissà che magari non troviamo un buon motivo per rivalutarlo.

Se proprio non ci piacciono. E se proprio non ne volete sapere di tenerlo, quel regalo può rappresentare comunque un’occasione da non perdere. Se ci pensate, infatti, i regali di Natale sono come gli avvenimenti che capitano nella vita. Quando si presentano, non tutti sono di nostro gradimento, forse perché ci aspettavamo qualcosa di diverso o pensavamo di meritarci di più oppure proprio non sembrano fare per noi. Eppure, questi avvenimenti sgraditi per noi possono essere delle occasioni per altre persone a noi vicine e di cui noi possiamo essere il tramite. Così, quindi, si dovrebbe pensare ai regali. Prova a riflettere su ciò che ti è stato regalato e non ti è piaciuto. Può servire a qualcuno che conosci? Può addirittura piacere a qualcuno che conosci? Ti viene in mente qualcuno che apprezzerà più di te la presunta comicità di quel regalo che ti hanno fatto credendo che tu ti saresti sbellicata dalle risate? Forse sì. Forse quel regalo è quasi capitato a fagiolo. E se per caso a quella persona che ti viene in mente hai già fatto un regalo, che importa? Fagliene uno in più. Lei o lui di certo non si lamenterà.

Questo è un sunto dei pensieri che mi sono frullati in testa durante il periodo natalizio. Voi cosa ne pensate? Quali regali sgraditi avete ricevuto quest’anno? Siete riusciti a farvene una ragione o siete ancora arrabbiati? Condividete la vostra esperienza con un commento. 🙂

P.S. Tutto ciò di cui ho parlato in questo articolo è stato direttamente esperito da me o da qualcuno a me vicino, perciò se volete ulteriori delucidazioni o esempi concreti basta chiedere. 😉

Se il padre di famiglia dev’essere difeso così, che tristezza!

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Questa riflessione arriva con un paio di giorni di ritardo rispetto al post a cui si indirizza. Mi sono detta: “scrivo o non scrivo?”. Poi ho pensato che alla stupidità vada comunque messo un freno.
sentinelle
LA STORIA. Durante la giornata contro la violenza sulle donne, il gruppo “Sentinelle in Piedi” ha pubblicato sul suo account facebook un articolo di Roberto Marchesini risalente al 2012 (qui il link). L’articolo in sé ha ben poco di pregevole: sempre la solita solfa sui regimi totalitari (dall’URSS all’Unione Europea, passando per 1984 di Orwell) che, monotematicamente, vira sulla politica genderfascista del ventunesimo secolo.
LA FRASE SHOCK. Secondo il Marchesini, tutta questa violenza sulla donna – alla fin fine – non esiste. Lui dice: “muoiono più uomini che donne in Italia”. Io rispondo: “la delinquenza è a maggioranza maschile, quindi ha senso”. Lui ribatte: “perciò è inutile parlare di femminicidio”. Io dico: “dipende dall’intenzione con cui si sopprime la donna”. Lui incalza: “e tutti gli uomini che muoiono per colpa delle ex?”. Io gli rispondo: “sono colpevoli quanto gli uomini”. Cala il silenzio. Poichè, secondo santa Jane Austen, è compito femminile stimolare la conversazione, provo a sbloccare la situazione: “Vabbè, ma quindi perchè ci siamo inventati ‘sta farsa?”. Lui gonfia il petto e pontifica:
“questa è una grande vittoria del governo contro un nemico di paglia, il femminicida; al quale sono stati rivolti i due minuti d’odio al pari dell’evasore e dell’omofobo. Il solito “nemico del popolo” da stanare ed eliminare. Il cui identikit (maschio, eterosessuale, marito e padre) si delinea con una chiarezza sempre maggiore: il padre di famiglia”
sentinelle commenti
L’HA SCRITTO SUL SERIO? Dopo aver finito di leggere l’articolo, continuo a scorrerlo nella speranza di aver interpretato male. Ritorno su Facebook sperando di trovare una nota di condanna ufficiale di Sentinelle in Piedi (link al post), ma non trovo nulla. Solo qualche utente, giustamente incollerito dalla caduta di stile della pagina, ribatte sotto al post con commenti talora seri talora faceti.
UNA GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE. Ce n’è (ancora) bisogno? Forse ci dimentichiamo che le donne in Europa non sono solo le ragazzine che vanno a spendere i soldi di papà al centro commerciale, né le cinquantenni che si fanno iniettare botulino dal chirurgo estetico, né le femministe che non si depilano, né le progressiste fautrici del sesso libero in discoteca. In Europa – e in Italia – ci sono ancora donne costrette a prostituirsi per far arricchire i loro papponi, donne cui viene praticata l’infibulazione, bambine costrette a sposarsi, donne sfregiate con l’acido, violentate in strada, uccise nelle proprie case. Maschi o femmine che siano i loro aguzzini, questi sono crimini la cui tipologia di vittima ideale è la donna perchè contro la donna questi crimini sono stati pensati. Ci sono anche uomini vittime di violenza di genere? Può essere. E quando le madri cuciranno il pene ai loro figli per mantenerli casti fino al matrimonio, e quando vedrò dilagare sulle arterie di Roma giovani uomini in mutande e petto nudo costretti a vendere la propria dignità per arricchire le pappone, prometto che mi batterò perché venga istituita una giornata contro la violenza sugli uomini.
MIO MARITO NON SI SENTE UN NEMICO DEL POPOLO. Excusatio non petita, accusatio manifesta dicevano i latini. Nessun maschio, eterosessuale, marito e padre della mia famiglia si sente minacciato da una giornata come questa. Riconoscono anche loro l’importanza di promuovere una sana cultura della donna (e dell’uomo) e non hanno bisogno di negare una piaga sociale come questa per portare avanti la loro causa. Perché, insomma, diciamocelo: fare una campagna come quella di Sentinelle in Piedi e Marchesini, sarebbe come dire “basta pensare all’antisemitismo, ormai ci sono altre minoranze religiose da difendere. Chi se la prende più con gli ebrei perché sono ebrei? Nessuno!”… una figura barbina e un totale controsenso!
I GENDERFASCISTI DI BRUXELLES. Adesso, però, voglio fare l’avvocato del diavolo. Bisogna trovare il vero colpevole di tutta questa storia e, sembrerà strano, non sono i virilbigotti. Chi ha lanciato il guanto di sfida a questi ultimi sono stati proprio i genderfascisti di Bruxelles e di Strasburgo, che con le loro campagne di sensibilizzazione sui 3965 nuovi generi esistenti in cultura (ops, volevo dire “in natura”) hanno davvero stufato. Ma su questo, forse, dedicherò un altro articolo.
 
SENTINELLE, MI APPELLO A VOI! Dato che non sono così miscredente come vi ho dato a credere in questo articolo, voglio dedicarvi la citazione con cui intendo concludere questo post. L’autore potrà risultarvi molto simpatico e ortodosso, perciò cercate di tenere sempre a mente le sue parole quando vi capiterà di pubblicare certi articoli.
“Né Atene né Roma, fari di civiltà, che pure tanto lume di natura sparsero sui vincoli familiari, riuscirono, né con le alte speculazioni della filosofia, né con la sapienza delle legislazioni, ad elevare la donna all’altezza che alla sua natura si addice. Il Cristianesimo invece, primo e solo, pur non disconoscendo quei pregi esterni ed intimi, ha scoperto e coltivato nella donna missioni e uffici, che sono il vero fondamento della sua dignità e la ragione di una più genuina esaltazione. In tal guisa nuovi tipi di donna balzano e si affermano nella civiltà cristiana, come quelli di martire della religione, di santa, di apostola, di vergine, di autrice di vasti rinnovamenti, di lenitrice di tutte le umane sofferenze, di salvatrice di anime perdute, di educatrice. Man mano che maturano i nuovi bisogni sociali, anche la sua missione benefica si espande e la donna cristiana diviene, come è oggi a buon diritto, non meno che l’uomo, un fattore necessario della civiltà e del progresso” (dal Discorso di Sua Santità Pio PP. XII alle Partecipanti al Congresso dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche, 24 aprile 1952)