“Un desiderio d’impegno continuamente rinviato” intervista a Marianne Durano

Sul numero di luglio del mensile dell’Osservatore Romano Donne, Chiesa, Mondo, la filosofa Marianne Durano ha rilasciato un’interessante intervista sulla situazione delle giovani donne in Occidente.

Di fronte alla domanda se, oggi, le ragazze abbiano più difficoltà delle loro madri a realizzare il loro “progetto di vita”, la Durano commenta:

“Per me il problema sta nel concetto stesso di “progetto di vita”, in quanto sottintende che la vita sia qualcosa da progettare in
base a un piano da realizzare, alla stessa stregua di un piano di produzione in un’impresa che risponde a un capitolato d’oneri. Se si concepisce il matrimonio come un progetto, vuol dire che s’immagina un modello di esistenza, di relazione, di concatenazione di eventi che, se non si svolgeranno come previsto, verranno vissuti come un fallimento. Ciò mi sembra in contraddizione con la nozione d’impegno. Quando ci si impegna, lo si fa verso e contro tutto, quali che siano gli imprevisti della vita, mentre il progetto risponde in primo luogo a una volontà di controllare tutto. Il matrimonio è l’opposto di un progetto di vita: ci si impegna ad amare il proprio marito o la propria moglie, quali che siano gli imprevisti della vita, nella buona e nella cattiva sorte, finché morte non ci separi. Se si concepisce la vita come un progetto, se ci si aspetta che tutte le condizioni si realizzino, non ci si impegna mai. Perché la vita manda sempre a monte tutti i nostri progetti.”

Le parole della Durano sono eloquenti e, a mio avviso, possono essere utilizzate per descrivere la situazione dei giovani in generale.

Senza esserne pienamente consapevoli, il nostro pensiero è stato forgiato sulla base della mentalità imprenditoriale del nostro sistema economico e sociale. La vita personale, il matrimonio, la genitorialità tendono a essere improntati sul cosidetto “progetto di carriera”. Complice di questo è anche una società che ha plasmato una nuova mitologia e ha allontanato sempre più l’uomo dal suo ambiente vitale e culturale. Cito dal testo: “Oggigiorno i primi riti sono il diploma, la patente e il primo impiego, riti che preparano l’individuo a essere un produttore e non un riproduttore”.
Sebbene la situazione francese sia molto diversa da quella italiana, dove la disoccupazione giovanile è altissima e anche i più desiderosi di iniziare la loro vita insieme hanno difficoltà a concretizzare questo desiderio, l’intervista evidenzia alcuni punti di fragilità sociale – che accomuna tutto l’occidente – su cui è vitale iniziare a lavorare per poter garantire un futuro migliore ai giovani.

Cliccando qui è possibile leggere l’intervista.

XXIV Trofeo RiLL Il Miglior Racconto Fantastico

XXIV Trofeo RiLL
Il Miglior Racconto Fantastico

in collaborazione con:
il festival internazionale Lucca Comics & Games,
la Wild Boar Edizioni,
la rivista irlandese Albedo One,
la AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror),
l’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa),
la e-zine Anonima Gidierre,
la rivista Andromeda,
le Edizioni Il Foglio

con il supporto di:
Columbus – penne stilografiche dal 1918

L’associazione RiLL – Riflessi di Luce Lunare curerà il concorso e selezionerà, tra gli scritti ricevuti, i racconti finalisti. Questi saranno poi valutati dalla Giuria Nazionale, costituita da scrittori, giornalisti, autori di giochi, professori universitari. Ciascun testo verrà giudicato per l’originalità della trama e dell’intreccio, per la forma e la chiarezza narrativa.

La cerimonia di premiazione dei vincitori avrà luogo nell’autunno 2018, all’interno del festival internazionale Lucca Comics & Games. RiLL comunicherà (per lettera o via e-mail), fra luglio e ottobre 2018, le modalità della conclusione del concorso (data, luogo, orario…) a tutti i partecipanti.

RiLL si impegna a curare un’antologia con i migliori racconti, senza alcun contributo/ costo per gli autori (collana Mondi Incantati, ed. Wild Boar).
Il racconto vincitore sarà inoltre tradotto
– in inglese (a cura di RiLL) e pubblicato su Albedo One, rivista irlandese di letteratura fantastica;
– in inglese (a cura di RiLL) e pubblicato su Probe, il magazine dell’associazione Science Fiction and Fantasy South Africa (SFFSA);
– in spagnolo, a cura dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror), che lo pubblicherà nella sua antologia annuale, Visiones.

L’autore del racconto vincitore riceverà un premio di 250 euro e una penna stilografica marca Columbus 1918 (offerta dalla ditta Santara).
Inoltre, i racconti classificati nelle prime quattro posizioni usciranno sulla e-zine trimestrale Anonima Gidierre.
Le edizioni Il Foglio e la rivista Andromeda, infine, si riservano di scegliere fra i testi finalisti uno o più racconti da pubblicare.

Regolamento

1) Il Trofeo RiLL è un concorso per racconti fantastici: possono partecipare racconti fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni storia che sia, per trama o personaggi, “al di là del reale”.

2) Ogni autore può partecipare con uno o più racconti, purché inediti, originali ed in lingua Italiana.

3) La partecipazione è libera e aperta a tutti (uomini, donne, maggiorenni, minorenni, italiani, stranieri, residenti in Italia o all’estero). Non possono però partecipare al concorso gli autori cui RiLL ha dedicato un’antologia personale (collana Memorie dal Futuro, ed. Wild Boar).

4) Per partecipare al XXIV Trofeo RiLL è necessario essere soci dell’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare. La quota di iscrizione è di 10 euro (socio ordinario, che può partecipare al concorso spedendo un racconto). Nel caso di invio di più testi, la quota è di 10 euro a racconto (socio sostenitore).
La quota si può versare sul conto corrente postale n° 1022563397, intestato a RiLL Riflessi di Luce Lunare, via Roberto Alessandri 10, 00151 Roma (in caso di bonifico bancario, l’IBAN è: IT-72-U-07601-03200-001022563397; per bonifici dall’estero, il BIC number è: BPPIITRRXXX). È possibile pagare anche con carta di credito (o PostePay, o conto Paypal), dal sito Trofeo.rill.it (il sito con cui RiLL gestisce i concorsi che organizza).
Si consiglia di allegare la fotocopia del versamento alle generalità dell’Autore.
In caso di partecipazione con più racconti è gradito il versamento unico.

5) Le iscrizioni sono aperte sino al 20 marzo 2018. Tutti gli elaborati dovranno pervenire entro tale termine. Per le opere ricevute oltre tale data farà fede il timbro postale. In ogni caso, tutti i testi che perverranno dopo il 5 aprile 2018 non saranno presi in considerazione.

6) Tutti i testi partecipanti dovranno essere spediti (anche come pacco o raccomandata) in triplice copia e in busta anonima a: Trofeo RiLL, presso Alberto Panicucci, via Roberto Alessandri 10, 00151 Roma. È gradito che le copie siano stampate in fronte-retro.
In una busta chiusa, allegata ai racconti inviati, ciascun autore dovrà inserire le proprie generalità (nome, cognome, indirizzo, CAP, telefono, e-mail) e la richiesta di iscrizione all’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare (vedi punto 4), comprensiva di dichiarazione di accettazione dello Statutoassociativo. La busta chiusa sarà aperta solo dopo che i racconti finalisti saranno stati selezionati; sull’esterno della busta chiusa va riportato il titolo dei racconti inviati.
Le spese di spedizione sono a carico di ciascun partecipante e non sono comprese nella quota di iscrizione. RiLL non si fa carico di disguidi postali di sorta.

7) Per semplificare il lavoro della segreteria del premio, i partecipanti sono invitati a registrarsi sul sito Trofeo.rill.it, fornendo le proprie generalità. Una volta registratisi, i partecipanti potranno (nella sezione “XXIV Trofeo RiLL” di Trofeo.rill.it) inviare i propri racconti in formato elettronico, dalla pagina “Carica la tua opera”. La spedizione dei racconti in formato elettronico è facoltativa (nonsostituisce la spedizione cartacea, che è obbligatoria). All’interno dei file dei racconti caricati non vanno indicati i dati anagrafici degli autori.
Dal sito Trofeo.rill.it è anche possibile pagare la quota di iscrizione e caricare la richiesta di iscrizione all’associazione RiLL (vedi punto 4).
L’elenco degli autori che avranno caricato i file dei racconti sarà consultato solo dopo che i testi finalisti saranno stati scelti, mantenendo così l’anonimato dei lavori nella fase di lettura e selezione.

8) I partecipanti residenti all’estero possono inviare racconti nel solo formato elettronico (vedi punto 7). In questo caso, i partecipanti residenti all’estero devono registrarsi sul sito Trofeo.rill.it e caricare sia il racconto sia la richiesta di iscrizione all’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare(comprensiva di dichiarazione di accettazione dello Statuto associativo).

9) Ciascun racconto partecipante non dovrà superare i 21.600 caratteri, spazi tra parole inclusi.
L’impaginazione dei racconti è libera (in via indicativa, 21.600 caratteri spazi inclusi equivalgono a 12 cartelle dattiloscritte di 30 righe per 60 battute). Per i testi più vicini alla lunghezza massima consentita è gradita l’indicazione del numero di battute totali.

10) Tutti gli autori partecipanti al XXIII Trofeo RiLL riceveranno una copia omaggio di DAVANTI ALLO SPECCHIO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni, la raccolta dei racconti premiati del 2017 (collana Mondi Incantati, ed. Wild Boar).

11) Il materiale inviato non sarà restituito. Gli autori sono pertanto invitati a tenere una copia dei propri manoscritti. Inoltre, finché la rosa dei finalisti non sia stata resa pubblica (luglio 2018), i partecipanti sono tenuti a non diffondere il proprio racconto e a non prestarlo per la pubblicazione.

12) Ciascuna opera partecipante al Trofeo RiLL resta di completa ed esclusiva proprietà dei rispettivi autori. La pubblicazione dei racconti selezionati nell’antologia del concorso (collana Mondi Incantati) e sulle riviste/ antologie che collaborano al Trofeo RiLL è comunque per tutti gli autori obbligatoria (non rinunciabile) e non retribuita, oltre che ovviamente gratuita.

13) In caso di pubblicazione, l’autore concorderà eventuali ottimizzazioni della sua opera con RiLL e con le riviste/ case editrici interessate.

14) Le decisioni di RiLL e della Giuria Nazionale in merito al concorso e al suo svolgimento sono insindacabili e inappellabili.

15) La partecipazione al Trofeo RiLL comporta l’accettazione di questo regolamento in tutte le sue parti. Eventuali trasgressioni comporteranno la squalifica dal concorso.

Per ulteriori informazioni:
Trofeo RiLL, presso Alberto Panicucci,
via Roberto Alessandri 10, 00151 ROMA;
e-mail: trofeo@rill.it
URL: www.rill.it
(su RiLL.it è on line anche un’ampia pagina di FAQ sul regolamento e sul concorso)

Tutela della privacy dei partecipanti

Le generalità che devono essere fornite per partecipare al Trofeo RiLL sono utilizzate esclusivamente:
• per comunicare i risultati ai partecipanti;
• per l’invio di materiale promozionale relativo al Trofeo RiLL e alle altre attività/ iniziative di RiLL.
I dati raccolti non verranno in ogni caso comunicati o diffusi a terzi.
Inoltre, scrivendoci, sarà sempre possibile:
• modificare i dati inviati (es: cambio di indirizzo);
• cancellare i dati inviati;
• chiedere che non venga inviato alcun materiale promozionale.

 

Per scaricare la richiesta d’iscrizione e il bollettino precompilato, accedi alla pagina del bando cliccando qui.

“The Place” di Paolo Genovese

Ieri ho finalmente visto il nuovo film di Paolo Genovese e ho deciso di dare inizio alla sezione dedicata al cinema e alle serie con questa pellicola. La mia non sarà una recensione tecnica (per questo tipo di resoconto vi rimando a quella di Boris Sollazzo su Rolling Stone, che ho trovato senza dubbio la migliore di quelle in rete), sarà piuttosto una considerazione di carattere teoretico. Non mi occuperò della grammatica dell’opera, ma del contenuto delle sue proposizioni cinematografiche.

Riporto qui velocemente la trama, per permettere anche a chi non ha visto il film di poter seguire la mia riflessione:

Un misterioso uomo siede sempre allo stesso tavolo di un ristorante, pronto a esaudire i più grandi desideri di otto visitatori, in cambio di compiti da svolgere. Sebbene l’uomo dichiari di non affidare a nessuno compiti impossibili, ognuna delle sue richieste implica di andare contro tutti i principi etici. (Fonte Wikipedia)

***ALERT SPOILER***
QUESTA RECENSIONE CONTIENE NOTIZIE CHE SVELANO LA TRAMA DEL FILM

IL GENERE. Partiamo dalle cose semplici. Che tipo di film è The Place? Si tratta di un dramma etico, cioè una tragedia che ha al centro un discorso etico (in questo caso forse più d’uno). Questo genere aiuta l’autore ad affrontare in poco più di un’ora tematiche che nella versione originale dell’opera (la serie tv The Boot at the End) necessitano di due intere stagioni. Il fine del dramma etico, infatti, non è quello di intrattenere gli spettatori con una serie di peripezie in grado di far tenere il fiato sospeso, ma quello di suscitare nel pubblico una serie di domande morali cui, in realtà, non spetta sempre all’autore dare una risposta precisa. La trama, quindi, è funzionale alla rappresentazione dei caratteri etici, non deve sorprenderci, può essere prevedibile e ha l’unico compito di fornire uno sfondo su cui i personaggi evolvono con le loro scelte.

IL PALCOSCENICO. L’ambientazione del film, da alcuni criticata per l’eccessiva spersonalizzazione, è la longa manus di questo genere.  Tutta la pellicola si svolge all’interno di un bar, The Place; tutta l’azione si svolge a un tavolino, in cui Mastandrea dialoga di volta in volta con i protagonisti che portano avanti la trama attraverso i loro racconti. Il motivo di questa scelta è essenzialmente il carattere universale che Genovese vuole dare al film: questo dramma non ha bisogno di un contesto, né di una specificazione geografica, sociale o temporale, perché il nucleo fondamentale del discorso etico si ripropone di generazione in generazione dall’inizio dei tempi (letteralmente, basta pensare alla narrazione biblica e alla storia di Lucifero o di Adamo ed Eva) e si riproporrà fino a che un essere dotato di libero arbitrio abiterà l’universo. Non c’è bisogno di sapere se i personaggi siano italiani, se appartengano al ventunesimo secolo o se provengano da una famiglia ricca o povera, davanti all’uomo che offre la possibilità di realizzare i propri desideri potrebbe esserci un antico romano, una dama inglese di fine Ottocento o un samurai del periodo Edo. Potremmo esserci anche noi.

IL TEMA. Scegliere ha un costo. Ma qual è il prezzo della libertà? Ogni personaggio è posto di fronte a un problema: qualcosa nella sua vita non va per il verso che a lui pare quello giusto. Così si rivolge a chi è in grado di dare una possibilità di cambiamento per il verso desiderato. A ogni situazione, vissuta come innaturale e ingiusta, corrisponde un’azione che va contro la natura del dato personaggio (a una suora che ha perso Dio viene chiesto di rimanere incinta, a un cieco che vuole riacquistare la vista per amare viene chiesto di violentare una donna, a una donna che vuole che suo marito la ami perdutamente viene chiesto di distruggere una coppia di sposi, a un uomo che vuole una donna bellissima da “usare” per un rapporto sessuale senza amore viene chiesto di difendere una bambina, a un uomo che vuole guarire la malattia di suo figlio viene chiesto di uccidere la figlia di un altro uomo, a una donna che vuole salvare la vita dell’anziano marito viene chiesto di fare una strage con una bomba e così via…). Di fronte all’opportunità di ottenere ciò che si vuole, tramite atti contrari ai propri principi, si profila la scelta più dolorosa di tutte: accettare la drammatica realtà o agire contro se stessi per cambiarla? Qui a scontrarsi non sono due semplici opzioni, ma due concezioni di libertà diametralmente opposte. La prima interpreta la libertà come “poter-cambiare”, potersi imporre con la propria volontà su ciò che ci capita, laddove l’accettazione è invece vista come pura passività. La seconda è la libertà di prendere su di sé il peso della propria vita e portarlo nonostante tutto. Sebbene solo la prima sembri comportare una certa attività da parte di chi compie la scelta, anche la seconda implica un’attività, meno evidente della libertà di “poter-cambiare” ma altrettanto potente nelle sue conseguenze. Qual è la scelta più dolorosa? Difficile dirlo. Perché nel primo caso, lo scotto da pagare è la propria anima; nel secondo, il dover accettare che non tutto è sotto il nostro controllo e il doversi convincere che nella vita nulla è mai perfetto. Il dramma etico si gioca tutto qui.

IL VINCITORE. L’unico personaggio che mi appare il vero vincitore è Marcella, interpretata dalla Lazzaroni. Il motivo è semplice: è l’unica che prende coscienza dell’importanza di rimanere sempre fedeli a se stessi e per questo sceglie di non agire, di non cambiare il corso degli eventi. Epica la considerazione che fa nel dialogo finale con Mastandrea, in cui spiega che, se anche fosse riuscita a far tornare quello di prima il marito malato di Alzheimer, lei non avrebbe più potuto tornare come quella di prima dopo aver compiuto una strage. Quale senso ha recuperare un rapporto se poi l’equilibrio che lo reggeva in precedenza risulta irrimediabilmente spezzato dalle nostre azioni? Non è a caso che sia proprio lei l’ultima tra i protagonisti a concludere il suo rapporto con l’uomo di The Place. È vero, è anche l’unica che non ottiene ciò che vuole, ma è proprio questo a rendere il suo personaggio ancora più eroico. Il padre del bambino malato, anche se sceglie di non uccidere, non sperimenta fino in fondo le conseguenze della sua scelta (mi riferisco alla miracolosa guarigione di suo figlio che ribalta inaspettatamente il corso degli eventi). Il suo personaggio costituisce l’eccezione alla regola e per questo non è un personaggio esemplare. Lo stesso si può dire del controverso poliziotto, che stipula più di un accordo ma che alla fine si redime.

L’UOMO DEL TAVOLO OVVERO LA POTENZA DELLA REDENZIONE. Infine, un’ultima parola va spesa sul personaggio di Mastandrea. Devo ammettere che mi è piaciuto il fatto che non si capisca fino in fondo chi sia o per “chi” lavori (il diavolo?), questo rende il film una pellicola accoglibile da tutti e non un film confessionale. C’è poi da dire che, grazie al suo personaggio, Genovese è stato in grado di dare una svolta positiva a quella che fino agli sgoccioli è stata una vera e propria tragedia. Stanco degli orrori di cui è in parte artefice e in parte testimone, l’uomo di Mastandrea si domanda se dopo tanto male sia possibile ricominciare, gli viene risposto di sì. A rispondere in questo modo è Angela, personaggio tanto enigmatico quanto quello di Mastandrea, che invece di “dar da mangiare ai mostri” cerca solo “l’amore”. Ma non vi racconterò oltre… se volete sapere i particolari, dovete andare a vedere il film!

LO CONSIGLI? Certo che sì. Che piaccia o no, è un film che va visto.

Guarda il trailer di The Place

Dimmi che utopia hai e ti dirò chi sei

Cari avventori,
oggi vi propongo un pensiero alla mescita molto particolare. Parlerò di Lewis Mumford e del suo testo Storia dell’utopia. Mai sentito? Tutto normale, si tratta di un autore tanto interessante, quanto sconosciuto ai più.
AVT_Lewis-Mumford_8922
L’AUTORE.
Mumford nasce in America alla fine dell’Ottocento e si arruola nella marina durante la Grande Guerra. Tornato in patria riprende gli studi e inizia una brillante carriera come sociologo e storico dell’archittettura. Coniuga le sue ricerche con la passione per la filosofia della scienza, le tecnologie e la critica letteraria. Vince numerosi premi, le sue opere più famose sono Technics and Civilization (1934), The City in History (1961) e The Myth of the Machine (1970).

STORIA DELL’UTOPIA. Il testo di cui ci occupiamo oggi risale al 1929. Tornato dalla Guerra, il giovane Lewis non ha perso le speranze sul futuro dell’Europa e dell’Occidente in generale. Nonostante l’anno non sia dei più felici per l’economia americana, in pochi mesi raccoglie il materiale, scrive e pubblica questo libro: una storia delle varie concezioni e racconti utopici che si sono succeduti nel corso dei secoli, da Platone fino al XIX secolo.

PERCHÉ L’UTOPIA? Perchè affrontare un tema del genere? Secondo Mumford, quando Tommaso Moro ha coniato il termine “utopia” per la sua opera, l’inglese era ben cosciente che vi fossero due implicazioni terminologiche al suo interno. Esso può significare sia “eu-topia” (dal greco “buon posto”), sia “ou-topia” (cioè “nessun posto”). Ricollegandosi a questa distinzione, l’americano spiega la sua teoria secondo cui l’uomo viva costantemente in due mondi diversi: il mondo esterno e il mondo interno, e che in quest’ultimo vi abiti un’utopia della fuga o una di ricostruzione.

IL MONDO ESTERNO. È il mondo che ci circonda, la realtà che permea la nostra quotidianità. Il mondo esterno è la nostra famiglia, il nostro lavoro, la nostra scuola o la nostra palestra. Le relazioni che abbiamo con gli altri, gli impegni che accompagnano lo scorrere delle ore, insomma, tutto ciò che porta la nostra attenzione e i nostri sensi fuori dall’interiorità. Questo mondo “fisico” è definito e inevitabile, è concreto nei suoi limiti come nelle sue possibilità.

IL MONDO INTERNO. Rappresenta il nostro mondo delle idee, il luogo recondito della nostra mente in cui custodiamo speranze, desideri, opinioni, progetti, categorie di pensiero e tutto ciò che funge da modello di comportamento. Il mondo interno registra le manchevolezze che osserviamo dal mondo esterno e le rielabora in sogni o aspirazioni. L’intuizione di Mumford è quella di sostenere che tale mondo ideale è reale tanto quanto quello esteriore. Infatti, le persone plasmano le loro azioni e agiscono a seconda di quello che è contenuto nel loro mondo interno (che sia un’idea, una teoria o una superstizione).

CHE UTOPIA HAI? Quando parliamo di aspirazioni racchiuse nel mondo interiore, Mumford spiega, queste altro non sono se non la nostra utopia. Nessuno può vivere senza, così come nessuno può evitare il contatto con la realtà: “solo con una ben determinata disciplina – quella che può seguire un asceta indù o un uomo d’affari americano – uno dei due mondi può essere cancellato dalla coscienza” (p.14, ed.Feltrinelli 2017). L’unica alternativa che abbiamo non è dunque scegliere tra vivere con o senza utopia, ma decidere quale utopia fare propria. Per lo scrittore americano, l’alternativa è tra l’utopia della fuga e l’utopia della ricostruzione.

L’UTOPIA DELLA FUGA. Il suo tratto caratteristico è che lascia il mondo esterno così com’è e spinge l’uomo a ricondursi negativamente in se stesso. Fa sì che un uomo si accontenti di immaginare una vita diversa, una società diversa, un marito o una moglie diversi, ma non intervenga minimamente per cambiare la propria condizione di frustrazione. Mumford fa l’esempio del poster della bella donna nuda in qualche officina, ma, portata alle estreme conseguenze, si potrebbe utilizzare come esempio dell’utopia della fuga la dipendenza da droga o da alcol. Il mondo della fuga è chiuso, immutabile, non ha margine di miglioramento, perchè è perfetto così com’è, al contrario del mondo esterno visto come irreparabilmente corrotto e, dunque, altrettanto immodificabile. Tra il mondo interno e quello esterno vi è una incomunicabilità di fondo e una cesura incolmabile.

L’UTOPIA DELLA RICOSTRUZIONE. È l’ago magnetico che ha mosso i grandi inventori, gli innovatori, gli esploratori, coloro che partendo da un sogno hanno cambiato il mondo. Quest’utopia tiene conto della realtà che ci circonda ma non ne è soddisfatta e quindi cerca di migliorarla, di apportare a essa le migliorie che si vorrebbero veder realizzate. Ciò che è implicito nel concetto di ricostruzione è proprio la perfittibilità dell’idea: ricostruire il proprio ambiente e renderlo fertile per ulteriori sviluppi. E con ambiente ricostruito si intende non solo il mondo fisico, ma le sue relazioni, le sue abitudini e i suoi valori. In questo caso, l’utopia e il mondo esterno sono in continuo dialogo tra loro: il mondo interno lavora infaticabilmente per trovare spunti di sviluppo, mentre il mondo esterno ne riceve gli stimoli e ne viene plasmato più o meno felicemente.

L’OPINIONE DI MUMFORD. Ovviamente, quest’ultima è considerata l’utopia più utile, migliore sia per colui o colei che la sperimenta sia per chi lo circonda. Solo revocando a sé il diritto di poter far comunicare le proprie aspirazioni con il mondo, esso può veramente essere cambiato. Nella sua prefazione del 1962 (ben 33 anni dopo la prima edizione), scrive:

La mia utopia è la vita in questo momento, qui o in qualunque luogo, portata ai limiti delle sue possibilità ideali. Per me il passato è origine di utopie come lo è il futuro; e lo scambievole gioco fra tutti quanti questi aspetti dell’esistenza, compresi quelli che non si possono esattamente formulare o afferrare, costituiscono per me una realtà che va al di là di qualunque cosa ci si possa prefigurare con l’uso della sola intelligenza.

COME REALIZZARE QUEST’UTOPIA? Facile. Iniziamo a cambiare le nostre abitudini negative. Cos’è che non ci piace? Cos’è che vorremmo cambiare nei rapporti con gli altri o nel quartiere dove viviamo? Applichiamoci per introdurre un cambiamento reale, che parta innanzitutto dal nostro stare al mondo. Convertiamo le nostre utopie di fuga in utopie di ricostruzione. Convinciamoci della realtà dell’utopia e ricordiamoci, con le parole di Mumford, che “noi viaggiamo attraverso l’utopia solo al fine di superarla”.