Recensione: “Anno Dracula” di Kim Newman

Titolo originale: Anno Dracula
Autore: Kim Newman
Anno: 1992 (ed. originale); 1997 (ed. italiana)
Editore: Fanucci
Pagine: 426
Prezzo: 8€

Inghilterra 1888. Dopo aver sconfitto Van Helsing e i suoi amici, il Conte Dracula domina sul Regno Unito. Il Re dei vampiri ha sposato la Regina Vittoria, trasformandola in una non-morta, e i nosferatu imperversano. Le strade della Londra notturna sono battute da bande di vampiri in cerca di preda e, nella luce dei lampioni, prostitute-vampire adescano i clienti in cambio di una pinta di sangue. Nelle ombre di questa metropoli si aggira uno spietato assassino che uccide solo giovani donne non-morte, e si fa chiamare Jack lo Squartatore… Charles Beauregard, agente speciale alle dipendenze del misterioso Club Diogene, e Geneviève Dieudonné, vampira gentile di una stirpe che si contrappone a quella del conte di Transilvania, uniscono le loro forze per scovare l’autore di questi efferati delitti, che minacciano di sovvertire l’ordine sociale dando vita a un mondo sorprendente, in cui vivi e non-morti coesistono e la legge di Dracula ha soppiantato le regole della civiltà.

Voti della RASSEGNA FANTASTICA
Trama: •••• (4/5)
Credibilità: ••••• (5/5)
Stile: •••• (4/5)
Edizione: •• (2/5)

Questo libro ha riscosso tanto successo in patria quanto poco ne ha suscitato qui da noi. Il motivo è semplice. Il romanzo di Kim Newman è un tributo al romanzo gotico inglese e alla storia della nazione britannica di fine Ottocento. I personaggi sono tutti lì: Dracula, Dr. Jekyll, i fratelli Holmes, Jack lo Squartatore. Ci sono, ma non come protagonisti. Newman in questo ha operato una scelta sagace: saccheggiare il più possibile la letteratura dell’orrore a tema vampiri (e non), creando due protagonisti totalmente originali che ballano il loro valzer narrativo attorno a uno stuolo di celebrità. È difficile definire il genere di quest’opera… mi azzarderei a dire che si tratta di un horror distopico. Chiunque abbia letto Dracula si sarà chiesto almeno una volta “e se avesse trionfato il principe di Valacchia?”. In questo libro l’autore ci mostra un’alternativa plausibile alla vittoria di Van Helsing. La trama è lineare e la voce narrante alla terza persona permette di seguire la storia da più punti di vista. Il risultato è un romanzo corposo, credibile e, a suo modo, appassionante. Molto particolare è la scelta di utilizzare anche la prima persona esclusivamente per il flusso di coscienza di Jack lo Squartatore. In lui, fragilità e violenza si alternano così come nel lettore si alterna l’opinione che lui sia effettivamene una vittima oppure un carnefice. Il gioco psicologico si regge tutto sul fatto che lo Squartatore uccida delle vampire prostitute. Prostitute innocenti forse, ma pur sempre vampire. Nella sua riflessione sul “dono nero”, infatti, Anno Dracula ci introduce in una società vampirica complessa, in cui i rapporti tra vampiri e caldi (=i vivi) non sono assolutamente scontati come certi stereotipi letterari vogliono far credere e in cui gli stessi vampiri sono divisi tra chi cerca di mantenere in vita la propria umanità e chi invece decide di abbracciare e diventare la morte. Un mostro è tale per ciò che fa o per l’intenzione che lo muove?
Ho trovato molto utile l’elenco dei personaggi storici, letterari e cinematografici presenti nella storia proposto alla fine del libro dal traduttore Bernardo Cicchetti. Invece, sono rimasta delusissima (e sottolineo il superlativo) dalla pessima correzione delle bozze: a circa un terzo del libro ho iniziato a contare i refusi e sono arrivata a 16 [!], di cui uno – un errore di impaginazione – sulla quarta di copertina [!!!]. È la seconda volta che trovo refusi in un libro della Fanucci (qui la recensione di “La Città & la Città”), spero sia stato solo una pessima coincidenza…

Le citazioni preferite

«”In fede, vostro Jack lo Squartatore”? Lo scrittore di lettere è qualcuno che conosco? Lui sa qualcosa di me? No, lui non comprende la mia missione. Io non sono un lunatico giocherellone. Sono un chirurgo che asporta il tessuto malato. Non c’è alcun ‘divertimento’ in questa cosa.» p. 207
~
«Tutta questa faccenda puzza di ancient[*] régime, non pensate?» p. 322

[*] Uno dei tanti refusi che, però, non riesce a rovinare la fantastica battuta.

Perché comprarlo. Tutti coloro che hanno amato Dracula di Bram Stoker o a cui piacciono le atmosfere gotiche dei romanzi ambientati in epoca vittoriana devono leggere almeno una volta nella vita questo romanzo.

Perchè non comprarlo. La storia è quello che è. Se avete lo stomaco debole e al solo pensiero di Jack lo Squartatore vi sentite svenire, questo non è il libro adatto a voi.

Link utili
Link a Dracula di Bram Stoker (da leggere assolutamente prima di mettere mano ad Anno Dracula): ed. Mondadori, ed. Feltrinelli, Ebook
Link al libro in lingua originale: https://amzn.to/2zKxJH0
Link al fumetto: https://amzn.to/2NSGEyF

Purtroppo su Amazon sono finite le copie nuove dell’edizione italiana; tuttavia, sparse nel web, si trovano diverse copie usate. (Se siete a Roma vi presto la mia copia, purché me la ridiate indietro :P)

Recensione: “La Città & la Città” di China Miéville

Risultati immagini per china mieville la città e la cittàTitolo originale: The City & the City
Autore: China Miéville
Editore: Fanucci
Pagine: 361

Immaginate due città, separate e unite allo stesso tempo, in un punto indefinito dell’Europa. Figlie della catastrofe post-sovietica. Due città sovrapposte, che condividono lo stesso spazio, ognuna con le proprie strade, i propri palazzi, i propri cittadini, la propria storia, la propria identità. Un’anomalia spazio-temporale, un capriccio tecnologico, un errore nella creazione, una scissione a un certo punto della storia? Tutto questo, o forse no. Per un cittadino dell’una il più grave reato è quello di vedere un cittadino dell’altra: sono due mondi vicinissimi, eppure incomunicabili, e la punizione per chi trasgredisce è certa e impietosa. Così tutti sono abituati fin dalla nascita a non-vedere, a sfuggire ogni forma di contatto con gli altri che pure sono lì, sotto i loro occhi e a portata di mano. Viene scoperto un delitto, in una delle due città, e le indagini portano fino all’altra città, e poi oltre, in un’altra realtà che nessuna delle due sembra conoscere, e che forse le trascende entrambe.

Voti della RASSEGNA FANTASTICA
Trama: •••
Credibilità: ••••
Stile: ••••
Edizione: •••

In questo romanzo China Miéville affronta la tematica della coesione sociale e delle identità nazionali con incredibile originalità. Immaginate l’esistenza di due città all’interno di uno stesso perimetro: alcune vie appartengono all’una, alcune appartengono all’altra, alcune sono addirittura condivise! Eppure gli abitanti si ignorano e sono obbligati a disvedere tutto ciò che appartiene o proviene dalla città altra. A vigilare sul rispetto di tali leggi c’è un oscuro potere che si fa chiamare Violazione. Ma cosa succede se qualcuno architetta un omicidio a cavallo tra le due città senza commettere una violazione? La Città & la Città è un fanta-thriller che ricrea le atmosfere tipiche del noir d’autore condito con un linguaggio ispirato a Philip K. Dick. Il romanzo scorre veloce, mentre il lettore divora una pagina dopo l’altra seguendo la storia tramite il racconto e le riflessioni del protagonista, il detective Tyador Borlù. La trama è articolata, come ogni crime che si rispetti, ma credibile. Troviamo colpi di scena a volontà, che però non risultano mai artificiosi. Borlù è un personaggio a tutto tondo, che non può non piacere al lettore: poliziotto assetato di verità, con un’anticchia di cinismo e coraggio da vendere. Questo libro meriterebbe un seguito solo per permetterci di continuare a seguire la sua storia. Personalmente, non ho gradito molto il risvolto forse un po’ ideologico cui si assiste verso la fine del romanzo, al momento della rivelazione su chi sia l’assassino e il suo movente. Tuttavia, La Città & la Città resta una piccola perla, che ha fatto vincere all’autore i premi Locus, Arthur C. Clarke, British Science Fiction e World Fantasy. La traduzione di Maurizio Nati è molto buona, considerate anche le difficoltà dovute alle innovazioni linguistiche dell’autore. L’unica pecca dell’edizione Fanucci sono i refusi che disturbano abbastanza chi ci fa caso.

Perché comprarlo. La Città & la Città è un must per i cultori del genere e per chi vuole sperimentare un libro a metà tra la scrittura di Raymond Chandler e quella di Philip K. Dick. Può essere un bel regalo per gli appassionati di thriller o per gli amanti dei romanzi politici.

Perchè non comprarlo. Non lo comprate se cercate una storia d’amore, un romanzo di fantascienza con alieni o un urban fantasy con vampiri, licantropi e stregoni. Non ce n’è neanche l’ombra!

Leggi anche tu il romanzo (trovi il link qui sotto) e fammi sapere cosa ne pensi! 🙂
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Autori con la sindrome di Rowling. Quando il protagonista non c’è

Durante l’ultimo periodo della gravidanza ho letto l’intero Ciclo dell’Eredità di Christopher Paolini, meglio conosciuto come la saga di Eragon. Il commento in questione non è una recensione simpliciter. Ciò che vorrei condividere è il fatto che, dopo quattro romanzi (peraltro lunghissimi e, per la maggior parte delle pagine, inutili), ancora non capisco perché Eragon sia considerato il protagonista. Siamo di fronte all’ennesimo caso di sindrome di Rowling, così ribattezzata dalla sottoscritta perché Harry Potter è il classico esempio in cui, in un romanzo, O G N I singolo personaggio secondario risulta letterariamente più interessante del protagonista.

La sindrome di Rowling è uno stato patologico in cui l’autore non può far a meno di rendere insopportabile il protagonista, tanto da suscitare un certo astio anche nel lettore più tassorosso che ci sia. Non tutti hanno questa particolare dote: qualcuno di voi ha mai tifato per Mondego leggendo il Conte di Montecristo? O per Creonte, invece che per Antigone? No. Perché Edmond Dantès e Antigone sono dei dannati protagonisti e il lettore si rispecchia in loro o ne prende le parti. Allora perché in alcuni libri accade il contrario? Provo a dare una risposta.

Lincoln Rice GIF

Il protagonista dev’essere un personaggio credibile. In realtà, tutti i personaggi devono essere credibili, ma con il protagonista la storia è diversa. Anche se un autore non ha intenzione di descrivere la classica lotta tra Bene e Male, tra eroi e tiranni, il protagonista deve necessariamente avere “un qualcosa in più”. Il carattere, che va definito con estrema accuratezza fin dall’inizio della scrittura, deve essere eroico a suo modo. Si tratta di far emergere quelle caratteristiche che lo rendono diverso dagli altri, migliore in termini di interesse letterario. Il lettore, in questo caso, empatizza con il protagonista non tanto perché si rivede caratterialmente in lui, ma rispecchia se stesso in ciò che il personaggio vive o gli capita. (Anche se non siamo nani alla ricerca dell’oro di Erebor o mezzuomini pesaculo, chiunque ha letto lo Hobbit ha patito con Thor il suo desiderio di riconquistare la montagna o ha sperato con Bilbo di tornare a casa). Purtroppo, la moda degli ultimi anni in casa fantasy è quella di creare protagonisti vuoti, in cui qualsiasi lettore possa tecnicamente rispecchiarsi ma che in sostanza non ha nulla di credibile. L’esempio lampante di personaggio vuoto è Bella Swan di Twilight. Insomma, anche il criceto di mia nonna è dotato di più intelligenza e personalità di Bella Swan. Un character del genere è commercialmente molto utile, perché il lettore medio si sente rassicurato e può facilmente “sostituirsi” al protagonista, ma gli autori dovrebbero aspirare a vendere un prodotto o a creare un capolavoro?

Inoltre, deve avere un carattere ben delineato. “Il suo nome è Nessuno”. No, non è una citazione dall’Odissea, ma l’odissea del lettore di fronte a certi protagonisti. Nessuna motivazione, caratterizzazione zero, boe fluttuanti nel vasto mare della narrazione, alcuni personaggi principali hanno il peso scenico di Kate Moss. Perché? A mio avviso, molti romanzi fantasy vengono scritti con l’ottica di un’automimesi dell’autore/autrice. Difficilmente si è in grado di analizzare se stessi, mettendo in luce pregi e difetti, desideri e paure, senza essere eccessivamente coinvolti. Questo comporta una caratterizzazione confusa, a volte paradossale, in cui il personaggio accoglie in sé le contraddizioni dell’autore senza fornire al lettore un punto di vista chiaro con cui interpretarlo. Facciamo un esempio:
Autrice: “Ciao, mi chiamo Stephanie e sogno una storia d’amore con un vampiro ricco, bello, vegano e con un cuore d’oro”.
Editor: “Ehm, okay… qual è il motore dell’azione? C’è forse l’impulso a scandagliare le profondità del desiderio umano costantemente in bilico tra il cielo e l’abisso?”
Autrice: “No, non hai capito. Voglio raccontare una storia d’amore di una come me con un vampiro ricco, bello, vegano e con un cuore d’oro.”
[Per chi non avesse capito, questa è la ricostruzione ipotetica della nascita di Twilight]
…ma ognuno di noi avrà qualche altro esempio in mente.

Il protagonista deve avere un arco di sviluppo. Se un personaggio non compie un percorso, ha lo spessore letterario di un pacchetto di patatine light. Eppure capita assai spesso di imbattersi in protagonisti che restano uguali, o quasi, dall’inizio alla fine della storia. Le alternative sono due: o il protagonista è un monaco nepalese che ha raggiunto la massima illuminazione possibile, oppure c’è qualcosa che non va. Purtroppo nel fantasy (e nella fantascienza, ahimè), gli autori tendono a prediligere l’intreccio all’approfondimento psicologico. Colpa forse della necessità del genere, in cui grosso peso ha l’ambientazione, sta di fatto che in molti romanzi fantastici i personaggi risultano statici e noiosi. E qui si ritorna a Eragon… il quale, devo essere sincera, sembra percorrere un arco di involuzione piuttosto che di evoluzione: nell’ultimo romanzo della tetralogia, il giovane cavaliere dei draghi arriva a pensare e ad agire con la lucidità mentale di un undicenne; mentre, nel primo romanzo, arrivava a fare scelte più o meno mature per un sedicenne.

Possono esserci personaggi interessanti, ma il più interessante dovrebbe essere lui. Eh, sì! Se Watson fosse stato più interessante di Sherlock, sarebbe stato lui il protagonista, no? Va bene, Moriarty è un figo. Ci sta. Si chiama “fascino del cattivo ragazzo” ed è il motivo per cui molti villain ci piacciono più degli eroi. Ma l’antagonista deve essere la nemesi del personaggio principale, quindi la legge del “da grandi heroes derivano grandi cattivi” (formula inventata sul momento! NdA) è accettabile. Il problema si presenta quando persino lo-zio-del-nipote-della-locandiera-del-villaggio-confinante-con-quello-del-protagonista risulta un personaggio più avvincente di lui. E qui come non citare il nostro maghetto non-preferito?! Caspita, la Rowling ha battuto un record storico: in sette libri non è riuscita a creare un personaggio meno interessante di Harry Potter. Insomma, il ragazzo che è sopravvissuto a Voldemort è persino più noioso del gufo sfigato della famiglia Weasley. Quindi, autori miei, sì a creare antagonisti con i contro-caSCHi, ma sforzatevi anche per quel povero protagonista!

Buoni esempi di caratterizzazione del protagonista. Date che a me piace il lieto fine, non posso lasciarvi con l’amaro in bocca. Di seguito trovate una serie di opere viste o lette recentemente, i cui protagonisti sono personaggi effettivamente ben riusciti.
Romanzo: Jane Eyre di Charlotte Brontë
[Esempio di romanzo in cui la profondità dei personaggi emerge e tiene incollato il lettore alla pagina senza bisogno di intrecci rocamboleschi]
Serie tv: The Following di Kevin Williamson
[Serie molto cruenta, di qualità discutibile nella seconda stagione, ma con un protagonista e un cattivo epici]
Film: Fury di David Ayer
[Solitamente non amo i film di guerra, ma in questo piccolo gioiello ogni personaggio è descritto con grazia e autenticità]

Quali sono i vostri protagonisti preferiti? E quelli che vi sono piaciuti un po’ meno?

“Un desiderio d’impegno continuamente rinviato” intervista a Marianne Durano

Sul numero di luglio del mensile dell’Osservatore Romano Donne, Chiesa, Mondo, la filosofa Marianne Durano ha rilasciato un’interessante intervista sulla situazione delle giovani donne in Occidente.

Di fronte alla domanda se, oggi, le ragazze abbiano più difficoltà delle loro madri a realizzare il loro “progetto di vita”, la Durano commenta:

“Per me il problema sta nel concetto stesso di “progetto di vita”, in quanto sottintende che la vita sia qualcosa da progettare in
base a un piano da realizzare, alla stessa stregua di un piano di produzione in un’impresa che risponde a un capitolato d’oneri. Se si concepisce il matrimonio come un progetto, vuol dire che s’immagina un modello di esistenza, di relazione, di concatenazione di eventi che, se non si svolgeranno come previsto, verranno vissuti come un fallimento. Ciò mi sembra in contraddizione con la nozione d’impegno. Quando ci si impegna, lo si fa verso e contro tutto, quali che siano gli imprevisti della vita, mentre il progetto risponde in primo luogo a una volontà di controllare tutto. Il matrimonio è l’opposto di un progetto di vita: ci si impegna ad amare il proprio marito o la propria moglie, quali che siano gli imprevisti della vita, nella buona e nella cattiva sorte, finché morte non ci separi. Se si concepisce la vita come un progetto, se ci si aspetta che tutte le condizioni si realizzino, non ci si impegna mai. Perché la vita manda sempre a monte tutti i nostri progetti.”

Le parole della Durano sono eloquenti e, a mio avviso, possono essere utilizzate per descrivere la situazione dei giovani in generale.

Senza esserne pienamente consapevoli, il nostro pensiero è stato forgiato sulla base della mentalità imprenditoriale del nostro sistema economico e sociale. La vita personale, il matrimonio, la genitorialità tendono a essere improntati sul cosidetto “progetto di carriera”. Complice di questo è anche una società che ha plasmato una nuova mitologia e ha allontanato sempre più l’uomo dal suo ambiente vitale e culturale. Cito dal testo: “Oggigiorno i primi riti sono il diploma, la patente e il primo impiego, riti che preparano l’individuo a essere un produttore e non un riproduttore”.
Sebbene la situazione francese sia molto diversa da quella italiana, dove la disoccupazione giovanile è altissima e anche i più desiderosi di iniziare la loro vita insieme hanno difficoltà a concretizzare questo desiderio, l’intervista evidenzia alcuni punti di fragilità sociale – che accomuna tutto l’occidente – su cui è vitale iniziare a lavorare per poter garantire un futuro migliore ai giovani.

Cliccando qui è possibile leggere l’intervista.

XXIV Trofeo RiLL Il Miglior Racconto Fantastico

XXIV Trofeo RiLL
Il Miglior Racconto Fantastico

in collaborazione con:
il festival internazionale Lucca Comics & Games,
la Wild Boar Edizioni,
la rivista irlandese Albedo One,
la AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror),
l’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa),
la e-zine Anonima Gidierre,
la rivista Andromeda,
le Edizioni Il Foglio

con il supporto di:
Columbus – penne stilografiche dal 1918

L’associazione RiLL – Riflessi di Luce Lunare curerà il concorso e selezionerà, tra gli scritti ricevuti, i racconti finalisti. Questi saranno poi valutati dalla Giuria Nazionale, costituita da scrittori, giornalisti, autori di giochi, professori universitari. Ciascun testo verrà giudicato per l’originalità della trama e dell’intreccio, per la forma e la chiarezza narrativa.

La cerimonia di premiazione dei vincitori avrà luogo nell’autunno 2018, all’interno del festival internazionale Lucca Comics & Games. RiLL comunicherà (per lettera o via e-mail), fra luglio e ottobre 2018, le modalità della conclusione del concorso (data, luogo, orario…) a tutti i partecipanti.

RiLL si impegna a curare un’antologia con i migliori racconti, senza alcun contributo/ costo per gli autori (collana Mondi Incantati, ed. Wild Boar).
Il racconto vincitore sarà inoltre tradotto
– in inglese (a cura di RiLL) e pubblicato su Albedo One, rivista irlandese di letteratura fantastica;
– in inglese (a cura di RiLL) e pubblicato su Probe, il magazine dell’associazione Science Fiction and Fantasy South Africa (SFFSA);
– in spagnolo, a cura dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror), che lo pubblicherà nella sua antologia annuale, Visiones.

L’autore del racconto vincitore riceverà un premio di 250 euro e una penna stilografica marca Columbus 1918 (offerta dalla ditta Santara).
Inoltre, i racconti classificati nelle prime quattro posizioni usciranno sulla e-zine trimestrale Anonima Gidierre.
Le edizioni Il Foglio e la rivista Andromeda, infine, si riservano di scegliere fra i testi finalisti uno o più racconti da pubblicare.

Regolamento

1) Il Trofeo RiLL è un concorso per racconti fantastici: possono partecipare racconti fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni storia che sia, per trama o personaggi, “al di là del reale”.

2) Ogni autore può partecipare con uno o più racconti, purché inediti, originali ed in lingua Italiana.

3) La partecipazione è libera e aperta a tutti (uomini, donne, maggiorenni, minorenni, italiani, stranieri, residenti in Italia o all’estero). Non possono però partecipare al concorso gli autori cui RiLL ha dedicato un’antologia personale (collana Memorie dal Futuro, ed. Wild Boar).

4) Per partecipare al XXIV Trofeo RiLL è necessario essere soci dell’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare. La quota di iscrizione è di 10 euro (socio ordinario, che può partecipare al concorso spedendo un racconto). Nel caso di invio di più testi, la quota è di 10 euro a racconto (socio sostenitore).
La quota si può versare sul conto corrente postale n° 1022563397, intestato a RiLL Riflessi di Luce Lunare, via Roberto Alessandri 10, 00151 Roma (in caso di bonifico bancario, l’IBAN è: IT-72-U-07601-03200-001022563397; per bonifici dall’estero, il BIC number è: BPPIITRRXXX). È possibile pagare anche con carta di credito (o PostePay, o conto Paypal), dal sito Trofeo.rill.it (il sito con cui RiLL gestisce i concorsi che organizza).
Si consiglia di allegare la fotocopia del versamento alle generalità dell’Autore.
In caso di partecipazione con più racconti è gradito il versamento unico.

5) Le iscrizioni sono aperte sino al 20 marzo 2018. Tutti gli elaborati dovranno pervenire entro tale termine. Per le opere ricevute oltre tale data farà fede il timbro postale. In ogni caso, tutti i testi che perverranno dopo il 5 aprile 2018 non saranno presi in considerazione.

6) Tutti i testi partecipanti dovranno essere spediti (anche come pacco o raccomandata) in triplice copia e in busta anonima a: Trofeo RiLL, presso Alberto Panicucci, via Roberto Alessandri 10, 00151 Roma. È gradito che le copie siano stampate in fronte-retro.
In una busta chiusa, allegata ai racconti inviati, ciascun autore dovrà inserire le proprie generalità (nome, cognome, indirizzo, CAP, telefono, e-mail) e la richiesta di iscrizione all’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare (vedi punto 4), comprensiva di dichiarazione di accettazione dello Statutoassociativo. La busta chiusa sarà aperta solo dopo che i racconti finalisti saranno stati selezionati; sull’esterno della busta chiusa va riportato il titolo dei racconti inviati.
Le spese di spedizione sono a carico di ciascun partecipante e non sono comprese nella quota di iscrizione. RiLL non si fa carico di disguidi postali di sorta.

7) Per semplificare il lavoro della segreteria del premio, i partecipanti sono invitati a registrarsi sul sito Trofeo.rill.it, fornendo le proprie generalità. Una volta registratisi, i partecipanti potranno (nella sezione “XXIV Trofeo RiLL” di Trofeo.rill.it) inviare i propri racconti in formato elettronico, dalla pagina “Carica la tua opera”. La spedizione dei racconti in formato elettronico è facoltativa (nonsostituisce la spedizione cartacea, che è obbligatoria). All’interno dei file dei racconti caricati non vanno indicati i dati anagrafici degli autori.
Dal sito Trofeo.rill.it è anche possibile pagare la quota di iscrizione e caricare la richiesta di iscrizione all’associazione RiLL (vedi punto 4).
L’elenco degli autori che avranno caricato i file dei racconti sarà consultato solo dopo che i testi finalisti saranno stati scelti, mantenendo così l’anonimato dei lavori nella fase di lettura e selezione.

8) I partecipanti residenti all’estero possono inviare racconti nel solo formato elettronico (vedi punto 7). In questo caso, i partecipanti residenti all’estero devono registrarsi sul sito Trofeo.rill.it e caricare sia il racconto sia la richiesta di iscrizione all’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare(comprensiva di dichiarazione di accettazione dello Statuto associativo).

9) Ciascun racconto partecipante non dovrà superare i 21.600 caratteri, spazi tra parole inclusi.
L’impaginazione dei racconti è libera (in via indicativa, 21.600 caratteri spazi inclusi equivalgono a 12 cartelle dattiloscritte di 30 righe per 60 battute). Per i testi più vicini alla lunghezza massima consentita è gradita l’indicazione del numero di battute totali.

10) Tutti gli autori partecipanti al XXIII Trofeo RiLL riceveranno una copia omaggio di DAVANTI ALLO SPECCHIO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni, la raccolta dei racconti premiati del 2017 (collana Mondi Incantati, ed. Wild Boar).

11) Il materiale inviato non sarà restituito. Gli autori sono pertanto invitati a tenere una copia dei propri manoscritti. Inoltre, finché la rosa dei finalisti non sia stata resa pubblica (luglio 2018), i partecipanti sono tenuti a non diffondere il proprio racconto e a non prestarlo per la pubblicazione.

12) Ciascuna opera partecipante al Trofeo RiLL resta di completa ed esclusiva proprietà dei rispettivi autori. La pubblicazione dei racconti selezionati nell’antologia del concorso (collana Mondi Incantati) e sulle riviste/ antologie che collaborano al Trofeo RiLL è comunque per tutti gli autori obbligatoria (non rinunciabile) e non retribuita, oltre che ovviamente gratuita.

13) In caso di pubblicazione, l’autore concorderà eventuali ottimizzazioni della sua opera con RiLL e con le riviste/ case editrici interessate.

14) Le decisioni di RiLL e della Giuria Nazionale in merito al concorso e al suo svolgimento sono insindacabili e inappellabili.

15) La partecipazione al Trofeo RiLL comporta l’accettazione di questo regolamento in tutte le sue parti. Eventuali trasgressioni comporteranno la squalifica dal concorso.

Per ulteriori informazioni:
Trofeo RiLL, presso Alberto Panicucci,
via Roberto Alessandri 10, 00151 ROMA;
e-mail: trofeo@rill.it
URL: www.rill.it
(su RiLL.it è on line anche un’ampia pagina di FAQ sul regolamento e sul concorso)

Tutela della privacy dei partecipanti

Le generalità che devono essere fornite per partecipare al Trofeo RiLL sono utilizzate esclusivamente:
• per comunicare i risultati ai partecipanti;
• per l’invio di materiale promozionale relativo al Trofeo RiLL e alle altre attività/ iniziative di RiLL.
I dati raccolti non verranno in ogni caso comunicati o diffusi a terzi.
Inoltre, scrivendoci, sarà sempre possibile:
• modificare i dati inviati (es: cambio di indirizzo);
• cancellare i dati inviati;
• chiedere che non venga inviato alcun materiale promozionale.

 

Per scaricare la richiesta d’iscrizione e il bollettino precompilato, accedi alla pagina del bando cliccando qui.

Dimmi che utopia hai e ti dirò chi sei

Cari avventori,
oggi vi propongo un pensiero alla mescita molto particolare. Parlerò di Lewis Mumford e del suo testo Storia dell’utopia. Mai sentito? Tutto normale, si tratta di un autore tanto interessante, quanto sconosciuto ai più.
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L’AUTORE.
Mumford nasce in America alla fine dell’Ottocento e si arruola nella marina durante la Grande Guerra. Tornato in patria riprende gli studi e inizia una brillante carriera come sociologo e storico dell’archittettura. Coniuga le sue ricerche con la passione per la filosofia della scienza, le tecnologie e la critica letteraria. Vince numerosi premi, le sue opere più famose sono Technics and Civilization (1934), The City in History (1961) e The Myth of the Machine (1970).

STORIA DELL’UTOPIA. Il testo di cui ci occupiamo oggi risale al 1929. Tornato dalla Guerra, il giovane Lewis non ha perso le speranze sul futuro dell’Europa e dell’Occidente in generale. Nonostante l’anno non sia dei più felici per l’economia americana, in pochi mesi raccoglie il materiale, scrive e pubblica questo libro: una storia delle varie concezioni e racconti utopici che si sono succeduti nel corso dei secoli, da Platone fino al XIX secolo.

PERCHÉ L’UTOPIA? Perchè affrontare un tema del genere? Secondo Mumford, quando Tommaso Moro ha coniato il termine “utopia” per la sua opera, l’inglese era ben cosciente che vi fossero due implicazioni terminologiche al suo interno. Esso può significare sia “eu-topia” (dal greco “buon posto”), sia “ou-topia” (cioè “nessun posto”). Ricollegandosi a questa distinzione, l’americano spiega la sua teoria secondo cui l’uomo viva costantemente in due mondi diversi: il mondo esterno e il mondo interno, e che in quest’ultimo vi abiti un’utopia della fuga o una di ricostruzione.

IL MONDO ESTERNO. È il mondo che ci circonda, la realtà che permea la nostra quotidianità. Il mondo esterno è la nostra famiglia, il nostro lavoro, la nostra scuola o la nostra palestra. Le relazioni che abbiamo con gli altri, gli impegni che accompagnano lo scorrere delle ore, insomma, tutto ciò che porta la nostra attenzione e i nostri sensi fuori dall’interiorità. Questo mondo “fisico” è definito e inevitabile, è concreto nei suoi limiti come nelle sue possibilità.

IL MONDO INTERNO. Rappresenta il nostro mondo delle idee, il luogo recondito della nostra mente in cui custodiamo speranze, desideri, opinioni, progetti, categorie di pensiero e tutto ciò che funge da modello di comportamento. Il mondo interno registra le manchevolezze che osserviamo dal mondo esterno e le rielabora in sogni o aspirazioni. L’intuizione di Mumford è quella di sostenere che tale mondo ideale è reale tanto quanto quello esteriore. Infatti, le persone plasmano le loro azioni e agiscono a seconda di quello che è contenuto nel loro mondo interno (che sia un’idea, una teoria o una superstizione).

CHE UTOPIA HAI? Quando parliamo di aspirazioni racchiuse nel mondo interiore, Mumford spiega, queste altro non sono se non la nostra utopia. Nessuno può vivere senza, così come nessuno può evitare il contatto con la realtà: “solo con una ben determinata disciplina – quella che può seguire un asceta indù o un uomo d’affari americano – uno dei due mondi può essere cancellato dalla coscienza” (p.14, ed.Feltrinelli 2017). L’unica alternativa che abbiamo non è dunque scegliere tra vivere con o senza utopia, ma decidere quale utopia fare propria. Per lo scrittore americano, l’alternativa è tra l’utopia della fuga e l’utopia della ricostruzione.

L’UTOPIA DELLA FUGA. Il suo tratto caratteristico è che lascia il mondo esterno così com’è e spinge l’uomo a ricondursi negativamente in se stesso. Fa sì che un uomo si accontenti di immaginare una vita diversa, una società diversa, un marito o una moglie diversi, ma non intervenga minimamente per cambiare la propria condizione di frustrazione. Mumford fa l’esempio del poster della bella donna nuda in qualche officina, ma, portata alle estreme conseguenze, si potrebbe utilizzare come esempio dell’utopia della fuga la dipendenza da droga o da alcol. Il mondo della fuga è chiuso, immutabile, non ha margine di miglioramento, perchè è perfetto così com’è, al contrario del mondo esterno visto come irreparabilmente corrotto e, dunque, altrettanto immodificabile. Tra il mondo interno e quello esterno vi è una incomunicabilità di fondo e una cesura incolmabile.

L’UTOPIA DELLA RICOSTRUZIONE. È l’ago magnetico che ha mosso i grandi inventori, gli innovatori, gli esploratori, coloro che partendo da un sogno hanno cambiato il mondo. Quest’utopia tiene conto della realtà che ci circonda ma non ne è soddisfatta e quindi cerca di migliorarla, di apportare a essa le migliorie che si vorrebbero veder realizzate. Ciò che è implicito nel concetto di ricostruzione è proprio la perfittibilità dell’idea: ricostruire il proprio ambiente e renderlo fertile per ulteriori sviluppi. E con ambiente ricostruito si intende non solo il mondo fisico, ma le sue relazioni, le sue abitudini e i suoi valori. In questo caso, l’utopia e il mondo esterno sono in continuo dialogo tra loro: il mondo interno lavora infaticabilmente per trovare spunti di sviluppo, mentre il mondo esterno ne riceve gli stimoli e ne viene plasmato più o meno felicemente.

L’OPINIONE DI MUMFORD. Ovviamente, quest’ultima è considerata l’utopia più utile, migliore sia per colui o colei che la sperimenta sia per chi lo circonda. Solo revocando a sé il diritto di poter far comunicare le proprie aspirazioni con il mondo, esso può veramente essere cambiato. Nella sua prefazione del 1962 (ben 33 anni dopo la prima edizione), scrive:

La mia utopia è la vita in questo momento, qui o in qualunque luogo, portata ai limiti delle sue possibilità ideali. Per me il passato è origine di utopie come lo è il futuro; e lo scambievole gioco fra tutti quanti questi aspetti dell’esistenza, compresi quelli che non si possono esattamente formulare o afferrare, costituiscono per me una realtà che va al di là di qualunque cosa ci si possa prefigurare con l’uso della sola intelligenza.

COME REALIZZARE QUEST’UTOPIA? Facile. Iniziamo a cambiare le nostre abitudini negative. Cos’è che non ci piace? Cos’è che vorremmo cambiare nei rapporti con gli altri o nel quartiere dove viviamo? Applichiamoci per introdurre un cambiamento reale, che parta innanzitutto dal nostro stare al mondo. Convertiamo le nostre utopie di fuga in utopie di ricostruzione. Convinciamoci della realtà dell’utopia e ricordiamoci, con le parole di Mumford, che “noi viaggiamo attraverso l’utopia solo al fine di superarla”.